Categoria: Documentazione

Alzare lo sguardo, poi sorvolare, o guardare a terra?

di Alberto Magnaghi

Gli interessi della politica e della finanza globale sono sempre più stellarmente lontani dai mondi e dai luoghi di vita, soprattutto da quando come scriveva André Gorz nel 1981 “ogni politica… è falsa se non riconosce che non può esserci più la piena occupazione per tutti e che il lavoro dipendente non può più restare il centro dell’esistenza, anzi non può più restare la principale attività di ogni individuo”.

Nello sgomento crescente di questa distanza fra economia, politica e benessere, si verifica una tacita intesa nelle comunicazioni, sia superficiali che profonde tra le persone, quando i corpi sono vicini (prossimi per Gorz, di contatto per Choay, conviviali per Illich): allontanare sullo sfondo ciò il cui senso ormai sfugge (i flussi globali della finanza, del lavoro eterodiretto, della guerra) e parlare lingue e saperi locali per curare e rafforzare attività autonome e reti solidali. Parafrasando ancora Gorz (Les chemins du paradis, 1983): ridurre, contrarre, allontanare le attività lavorative necessarie (lavorare meno, lavorare tutti, esito opposto alla disoccupazione di massa da automazione), espandere, ampliare, sviluppare le attività autonome, sottratte alla schiavitù del lavoro eteronomo; con il mio linguaggio: liberare il “tempo proprio” contro il “tempo nemico” (Un’idea di libertà, 2014), facendo crescere soggettività per la “società del tempo liberato”.

Non avviene ovviamente dappertutto. Le macerie di cui parla Aldo Bonomi e i luoghi urbani dolorosamente non più riconosciuti da Marco Revelli hanno invaso le vite di una moltitudine di persone.

Ci sono tuttavia luoghi più intensi dove, per particolari eventi catastrofici o per peculiari processi di crescita di “coscienza di luogo” (i due percorsi sono sovente intrecciati), il distacco dal mondo dei flussi globali è più radicale e si manifesta in un formidabile brulichio di società locale, la “coralità produttiva” di cui parla Giacomo Becattini nel suo ultimo libro “La coscienza dei luoghi”(2015), che si da in forme famigliari, cooperative, comunitarie o associative, autorganizzate alla scala locale, sovente emergenti dal “sommerso carsico” rievocato da Bonomi. Naturalmente in ogni luogo ci sono sia flussi globali che macerie e nuove tessiture comunitarie. Bisogna saper guardare, riconoscere, denotare e forse, con nuove forme delle politica, aiutare a crescere queste tessiture, a far rete.

Ma dove guardare? I luoghi privilegiati dello sguardo sono laddove, oltre ad “andare in basso”, ci si è spostati “a lato”, nelle aree “interne” e “marginali”: le montagne, le colline, le valli, le campagne profonde e i Sud. Dove si sente di più la desertificazione prodotta dal movimento di “deportazione”, centralizzazione e concentrazione metropolitana: per sottrazione di ferrovie minori, di banche e università del territorio, di piccoli esercizi commerciali, di cooperative autentiche, di piccoli presidi ospedalieri, di tribunali, di piccoli comuni, di piccole e medie imprese, di istituti di ricerca e cosi via, in una inesauribile corsa verso il centro, il grande, l’accorpato, il lontano, l’inarrivabile. Ma proprio verso questi “deserti” marginali e periferici è iniziato il controesodo. La crescita di “coscienza di luogo” è partita dall’affinare lo sguardo nel deserto e nelle macerie, dal riguardare a terra, alla terra, magari a cultivar desuete, reinterpretate; lo sguardo a terra è contagioso, i patrimoni (ambientali, paesaggistici, agroforestali, culturali, artigianali, artistici) come “molle caricate nei secoli” (Becattini 2015) si moltiplicano, se solo ci si guarda intorno: dalle nuove coltivazioni multifunzionali, ai metabolismi energetici urbani e rurali, alle arti e i saperi contestuali della pietra, del legno, del ferro, alle reti solidali di produzione e consumo, alla cura dei borghi, dei paesi, delle piccole città e delle loro reti, all’ospitalità diffusa, alla cura dell’ambiente e del paesaggio come beni comuni territoriali. Attraversando questi cantieri comunitari di società locali si ha la sensazione che l’ansia collettiva che le percorre sia quella di rafforzarne l’autonomia, l’autodeterminazione, l’autogoverno: ovvero allontanare, per non esserne soffocati, i poteri esogeni, le centrali di decisione dei partiti, della finanza, della guerra, attraverso la costruzione di mondi locali di produzione e di consumo in grado di riprodurre la vita nelle forme scelte da ogni comunità e ricostruire da qui le relazioni con il mondo. Questi cantieri sono stati avviati da montanari per scelta, da giovani neocontadini e allevatori, da neoartigiani: un popolo colto, connesso in rete, cosmopolita, attrezzato con tecnologie appropriate, un occhio a terra e uno al cielo; soggetti per cui l’emancipazione concreta oscilla a spirale fra la coppia erranza/attraversamento e neoradicamento/comunità; ai quali dunque è connaturato proiettarsi in un mondo di comunità solidali federate, piantate a terra su economie sociali, solidali, fondamentali, circolari, ecologiche.

Per me “continuare a cercare” significa dunque ragionare e agire in forme di ricerca-azione, di conricerca con queste “comunità di luogo” in costruzione, da cui può avvenire una rinascita della politica, quel “non ancora” della comunità concreta di Olivetti di cui abbiamo discusso con Aldo e Marco ne “Il vento di Adriano” (2015).

Ma a che punto sono in Italia queste esperienze comunitarie di autonomia e autogoverno?

Su questo l’Osservatorio delle buone pratiche della Società dei territorialisti (www.societadeiterritorialisti.it) sta organizzando le proprie energie (insieme ad altri centri di ricerca-azione) per denotare, comunicare e relazionare esperienze territoriali, disegnando una controgeografia che indichi la strada ai viandanti ricostruttori di luoghi dove valga la pena vivere.

Appunti per chi si occupa di sviluppo locale

di Franco Mario Bisaccia Arminio

1.

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito.

Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:  bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

2.

I progetti di sviluppo locale negli ultimi anni non hanno dato grandi risultati, per questo è nata la Strategia Nazionale delle Aree Interne che nei prossimi mesi comincerà ad essere operativa in alcune Aree Pilota. Si cerca di cambiare logica rispetto alle fontane restaurate che sono di nuovo in disuso, alle piazze molte volte ripavimentate, ma mentre si posavano le pietre, gli abitanti di queste piazze posavano la loro vita al cimitero. E i ragazzi cercavano un Nord che non c’è più. Qui parlo di Sud, ma il tema dello spopolamento non è il tema del Sud, è il tema delle montagne. E allora ragionare di montagne vuole dire capire che spazio sono le montagne. Forse più che dello sviluppo, le montagne hanno bisogno della gioia. Nei progetti di sviluppo locale non si parla mai delle gioia. Lo sviluppo ha bisogno di schede, è inteso come un risultato alla fine di un processo. La gioia è intesa come qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un vecchio è un progetto di sviluppo locale. Non ha senso lavorare a progetti in cui tutto si risolve in una dimensione monetaria. Il denaro tende a scendere a valle, non rimane sulle montagne. Lo sviluppo locale deve fecondare passioni. Se ti regalo una mungitrice e tu pensi alle Mercedes più che alla mucca, non ho risolto nulla. Se lavoriamo a un progetto per anni e non ci accorgiamo che un forno sta per chiudere vuol dire che stiamo facendo retorica dello sviluppo, vuole dire descrivere lo sviluppo senza darlo. È come accendere una candela in una grotta molto grande: le candele descrivono la luce, non la danno.

Non si può tollerare che un caffè costa molto di più di un uovo fresco. E un quintale di grano costa meno di un shampo dal parrucchiere. Il fuoco centrale dello sviluppo locale non può che essere la terra. È intollerabile che l’Italia importa un milione di vitelli. Dobbiamo mangiare la nostra carne, mangiarne poca, ma buonissima. I paesi devono produrre cibo di altissima qualità, i paesi vanno concepiti come farmacie: aria buona, buon cibo, silenzio, luce. E poi il soffio del sacro. Dove si è in pochi nessun cuore è acqua piovana. Ma bisogna immettere enzimi dall’esterno. Bisogna portare nelle montagne i pionieri del nuovo umanesimo. Più che mandare i soldi, bisogna trovare il modo di portare nei paesi e nelle montagne le persone giuste. E far rimanere le persone giuste. Allora un progetto di sviluppo locale ragiona di persone, non ragiona di progetti, i progetti vengono dopo. È molto discutibile questa logica che prima si fanno i progetti e poi si vede se c’è qualche persona che li può interpretare. A volte si fanno sceneggiature staccate dalla realtà. Come se nel film si potessero trovare delle scimmie al Polo Nord.

E poi c’è la questione del tempo. Un progetto di sviluppo locale non si elabora e poi si realizza. Bisogna cominciare, magari con un pezzo piccolissimo, e mentre si realizza qualcosa si continua a elaborare il progetto. Mentre immaginiamo come razionalizzare la sanità, intanto ripariamo le buche sulle strade.

Giustamente si dice che ci vogliono i servizi e ci vuole il lavoro, altrimenti la gente va via. Ma il rischio sono sempre le astrazioni. Ci sono servizi inutili e lavori che non servono a niente. Bisogna partire da chi c’è in un certo luogo e da chi potrebbe arrivare. E allora ecco che si ragiona su certi servizi e su certi lavori. Magari in un paese serve un barbiere, non serve un centro di documentazione per lo sviluppo locale.

Olivetti faceva lavorare nella sua fabbrica artisti e scrittori. E la sua fabbrica da un paese era diventata avanguardia mondiale. Forse quando parliamo di sviluppo locale sarebbe opportuno ripassarsi la lezione di Olivetti e la sua idea di comunità. Olivetti puntava sulle persone. L’Italia interna ha bisogno di persone, deve trovare e incoraggiare le persone che contengono avvenire. Capisco che ci vogliono strumenti, bisogna ingegnerizzare bene le questioni per evitare che restino sulla carta, ma non si può tollerare che mentre mettiamo a punto i nostri schemi le persone perdono fiducia, vanno via.

Eclissi della classe media, pochi i salvati tanti i sommersi

di Aldo Bonomi

E’ interrogante l’ultimo libro di Marco Revelli. Mi domando se non ci resti che sussurrare, o urlare “non ti riconosco più” e ritirarci in buon ordine nel racconto di microcosmi e di territori resilienti, magari facendo rete con Magnaghi e la sua rete dei territorialisti. Oppure se valga la pena di alzare lo sguardo e continuare a cercare per continuare a capire oltre l’invito di Candido “Dobbiamo coltivare il nostro orto”, evocato in un altro scritto di Marco sul Manifesto. O ancora se valga la pena continuare nella fatica di Sisifo dello scomporre e ricomporre il farsi della società nel salto d’epoca dell’accelerazione, con lo sguardo delle lunghe derive braudeliane del potere, del mercato e della civiltà materiale. Sono tempi di sorvolatori del mondo, di storytelling, di flussi che impattano nei luoghi mutandoli antropologicamente, culturalmente, socialmente ed economicamente. Partirei, come sempre, dal basso, dal processo di deposito delle polveri sottili dei flussi nei polmoni delle “vite minuscole”, della vita quotidiana, nel loro, un po’ come per noi, non riconoscersi più in ciò che era abituale. Può sembrare retrò, ma credo che la parola chiave di tanti comportamenti collettivi sia “sommerso”. Che diventa, nella discontinuità di inizio secolo, sommerso carsico e non più sommerso ascendente. Questo sommerso carsico ha poco a che fare con il “ben scavato vecchia talpa” di marxiana memoria. Riappare il tema del rendersi invisibili ai poteri, alle tasse, ai mercati, così confluendo, come detriti, nel fiume dei tanti precipitati nel sommerso della povertà, della società dello scarto e dei dannati della terra, il cui fiume è diventato il cimitero/Mediterraneo. Scomporre e ricomporre i detriti di questo fiume mi pare questione sociale e politica, avendo chiaro che pochi sono i salvati e tanti i sommersi. In questo magma carsico si evidenzia un’altra questione: lo sfarinamento della società di mezzo, intesa sia come crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e lo sfarinamento dei ceti medi cui si aggiunge oggi la forma partito. Il sommerso ascendente dei tardi anni ’60 sembra, nel piccolo, un’epopea da far west: contadini che, nella migrazione interna, si fanno operaio massa, operai specializzati che emergono dai sottoscala costruendo capannoni e disegnando con i sindaci aree industriali che si fanno distretto; cooperative di consumo e di lavoro che diventano grandi gruppi della distribuzione o della produzione. La piccola borghesia si fa ceto medio, come ebbe a rilevare Paolo Sylos Labini nella sua analisi. Questa voglia collettiva di rendersi ed essere visibili nel fare società e nel fare economia non c’è più. Per molti l’ascesa e la visibilità non hanno significato inclusione nel passaggio d’epoca della globalizzazione selettiva. Migliaia di imprese hanno chiuso, milioni di posti di lavoro sono andati distrutti, molti sono tornati nei sottoscala e nell’economia informale. E’ una spaccatura che attraversa anche il sindacato, che firma accordi di welfare aziendale con le medie imprese globalizzate e di formazione al lavoro “ibrido” fatto di manualità, informatica e robotica, mentre in basso si ritrova a svuotare con il cucchiaio il mare dei voucher. E che dire e che fare di fronte alla proposta di Bill Gates di tassare i robot? E del mondo della cooperazione, ipervisibile in alto con la grande distribuzione e i grandi gruppi assicurativi e in basso con le false cooperative dei lavori ai margini della logistica o, peggio ancora, speculando sui profughi richiedenti asilo? E’ così che si è scomposto l’operaio massa e il volontario come sostituto del militante, di cui scrivevamo su Communitas. Si è rotto il contratto non scritto che rendeva visibili le vite minuscole della piccola borghesia. Pochi sono andati verso l’alto, a fare i manager, gli altri sono andati in basso pieni di incertezze per il destino dei figli a rischio neet. Le azioni delle banche e i Bot non sono più un rifugio, alcune banche sono fallite con le loro assemblee di popolo. La borsa poi… Ci si “aerbirizza” quelli a cui è rimasta la casa, facendosi affittuari per studenti e turisti, ci si “uberizza” in lavoratori autonomi di terza generazione fatti di lavoretti vari offerti dai padroni degli algoritmi, magari in conflitto con il lavoro autonomo di prima generazione. Oppure ci si ritrova a lavorare per start up che organizzano il lavoro domestico a domicilio o la consegna di cibi pronti. Ragionammo anni fa dei forconi, che si prendevano il centro delle città. Si trattava di un “popolino” di ambulanti commercianti e artigiani ormai working poors, provenivano dal contado e non dalle fabbriche, segno di un territorio desertificato. Un deserto che sotto il sole dei flussi surriscalda un magma sociale difficile da toccare e trattare con le categorie del ‘900 senza scottarsi. A seconda del punto di eruzione è fatto di taxisti in deficit corporativo, da ambulanti che reclamano spazi, di espulsi dai robot, sino ai nuovi lavoratori servili nell’economia dei servizi e del capitalismo delle reti. Ne deduco che lo scomporre e ricomporre questo magma sia questione politica quanto il tema nodale delle povertà. Così come mi pare urgente capire che cosa ne sia del lavoro e dei lavori nell’industria 4.0, del lavoro autonomo di prima generazione che si fa maker, di quello di seconda generazione che si fa partita IVA terziaria e di quello di terza generazione uberizzato e messo al lavoro nella dittatura dell’algoritmo. I pifferai della ruota della fortuna raccontano spesso delle start up che si quotano o sono acquistate dai padroni della rete, o di makers che rivitalizzano la fabbrica diffusa. In quella che il grande Bauman definiva la lotta di classe per l’apparire. A noi tocca ragionare della ruota del criceto che mostra, in una stasi accelerata, tanti smanettoni al lavoro invisibili e sommersi, o precari a partita IVA a basso reddito, quando va bene. Anche la composizione dei migranti è cambiata. Oggi li definiamo profughi. Ed anche per loro, per gli scampati al Mediterraneo, è questione il rimanere sommersi ed invisibili, nella speranza di andare verso un altrove, di andare oltre un muro, per non essere rimpatriati (se di patria si può parlare). Il grande esodo nasce da guerre, da mutamenti ambientali che producono i dannati della terra. A fronte di questo salto d’epoca la paura ed il rancore si sono fatti razzismo nell’Europa dell’indifferenza che non coglie la sfida delle migrazioni come questione politica che interroga un modello di sviluppo che produce fame, guerra e desertificazione. Verrebbe da dire “non voglio essere complice di questa economia e di questa politica”. Visto che non trovo un altrove, mi ritiro a coltivare il mio orticello. Ma proprio l’alzare lo sguardo nel riconoscere e riconoscersi nella sociologia delle macerie induce l’urgenza di un lavoro sociale di lunga lena, prepolitico, di ricostruzione, che vada oltre il nostro circoscritto coltivare l’orto volteriano.