Categoria: Editoriale

Un primo bilancio. Sguardi per abitare il presente.

di Michele Nardelli

Il “Viaggio nella solitudine della politica” dopo una breve pausa agostana si avvia alla sua quarta tappa lungo l’itinerario che percorre il “limes” del nordest italiano, fra Venezia e Goli Otok, l’isola nuda tristemente celebre per aver ospitato il gulag del regime titino nel secondo dopoguerra.
Nel riprendere ora questo cammino alla ricerca di nuovi paradigmi per leggere il presente ed immaginare il futuro, vorrei provare a condividere con voi un primo bilancio, dal “prologo trentino” agli itinerari che hanno attraversato la “Regione Dolomiti”, le Terre Alte dell’Arco Alpino occidentale, Roma e le sue città.

Il diario del viaggio romano

Si è concluso da qualche giorno l’itinerario romano del “Viaggio nella solitudine della politica”. Trovo finalmente il tempo per scriverne qualche pagina di impressioni a caldo nel mio diario, in attesa di predisporne il racconto per il blog www.zerosif.eu. Diario che condivido con Antonio Colangelo, come ogni istante di questo tour attraverso Roma.

Un itinerario intenso ma soprattutto sorprendente. Perché dopo anni di frequentazione superficiale (ora lo capisco) di questa città (eppure ci sono vissuto in un’altra vita per cinque anni) comincio a comprenderne la complessità, la fatica del vivere, il caos calmo, l’ingovernabilità. Ma anche le ineguagliabili prerogative che non sono solo la storia e il patrimonio archeologico ma anche e paradossalmente ciò che nasce nella sua stessa reale od apparente insostenibilità, dal fatto di essere molte città in una, dall’umanità variopinta che vi alberga, dall’ordine improbabile che la quotidianità e la gerarchia dei poteri induce. E dal fatto che malgrado la solitudine c’è chi alza lo sguardo, si pone in ascolto, s’interroga e si rimbocca le maniche.

E per prima cosa devo riconoscere un rovesciamento. Quando immaginammo un itinerario romano di questo viaggio, il concetto di solitudine fra i palazzi del potere poteva sembrare quasi un ossimoro, semmai riconducibile a quella condizione di alienazione che il delirio del comando induce. Ma la città o, meglio, le città sembrano pulsare di vita propria quasi a prescindere dalla cornice che le accomuna e, ancora di più, dai luoghi del potere temporale e spirituale che, come sappiamo, non sono affatto eterei.

E qui la solitudine ritorna ad essere di chi avverte il bisogno della politica senza riuscire a rintracciarla o avvertendone la distanza. O, ancora, nell’incapacità di interrogarsi sul senso di ciò che genericamente chiamiamo “buone pratiche”, ma indotti a ridurre la politica ad un rapporto subalterno – anche quando se ne rivendica l’antagonismo – con il potere.

E’ la sensazione che ho vissuto in due di queste “città nella città”, molto diverse fra loro, la Garbatella e Torpignattara. La fiera compostezza della prima, dove persino i centri sociali sembrano un ordinato per quanto colorato ingrediente. La centrifuga melanconica di tutto il genere umano della seconda, nel rassegnato equilibrio fra vecchi e nuovi abitanti, nella moderna riconfigurazione gerarchica fra ‘ndrine, economie informali, attività commerciali, agenzie immobiliari e tanto altro ancora, comprese le esperienze di “street art” che andiamo a conoscere.

Ma pur nella crisi della politica che non risparmia nemmeno la società civile scopriamo qui e là forme importanti di resistenza, dalle esperienze formative rivolte ai giovani o ai migranti (pensiamo alle scuole Penny Wirton di Eraldo Affinati) ai progetti di rigenerazione urbana come lo Spin Time Labs nell’enorme palazzo che fu la sede nazionale dell’Inpdap, dalle esperienze di agricoltura sociale come quella della Mistica che fa capo alla comunità di Capodarco alle forme di promozione dei prodotti enogastronomici regionali (DOL) a Centocelle.

A vederla da dentro, Roma evidenzia potenzialità inimmaginabili, a cominciare dall’immenso patrimonio pubblico abbandonato come opportunità di aggregazione e di progettualità sociale. E diversamente da quel che si può cogliere dalle cronache politiche o giudiziarie, dalla trama di interessi corporativi o particolari che pure ne segnano il tessuto sociale o anche semplicemente nel sovrapporsi di contraddizioni a prima vista irrisolvibili, il nostro pessimismo si attenua.

Potenzialità che la politica non riesce a cogliere scambiandole per problemi. Penso alle strutture pubbliche dismesse nel tempo, ad un patrimonio archeologico e storico/culturale immenso che viene valorizzato solo in minima parte (e spesso banalizzandolo), ad un flusso turistico (e religioso) che non verrebbe certamente meno se l’amministrazione lo sapesse mettere a frutto a dovere responsabilizzandolo anche sul piano economico, allo stesso patrimonio rurale o ambientale lasciato nell’incuria. E penso anche ad un patrimonio umano ridotto a marginalità sociale, di cui non si conoscono le prerogative in termini di intelligenze, saperi, competenze e che in una dinamica coinvolgente potrebbe innescare processi virtuosi di integrazione e di arricchimento fuori da ogni retorica multiculturale.

Nessuno per la verità me lo chiede, ma mi viene immediato (deformazione politica!?) domandarmi come venirne a capo? Se esiste un bandolo della matassa di una città complessa come Roma, questo credo sia identificabile nelle Municipalità (i municipi come qui vengono chiamati), affinché ciascun agglomerato urbano o, meglio, ognuna delle città possa trovare le energie per mettersi in gioco nel ricostruire partecipazione, responsabilità e di conseguenza coesione sociale.

Non è quello dell’autogoverno (quello che più o meno impropriamente si definisce decentramento) un tema nuovo, posto in passato fin troppo timidamente da una sinistra inguaribilmente centralista. E che rispetto al quale l’amministrazione a 5 Stelle si è ancor più sbilanciata nella direzione opposta, verso un accentramento dei poteri che teme la cessione di competenze verso il basso. Un assetto di governo che diviene oltremodo insostenibile.

Ne parliamo con Marta Bonafoni, una delle animatrici del Campo progressista romano, in una delle nostre conversazioni. Esorto Marta – che in molti vorrebbero al Campidoglio – ad immaginare una coraggiosa devoluzione di poteri verso le municipalità laddove il Comune di Roma potrebbe mantenere la titolarità di poteri di indirizzo generale, di coordinamento e di rappresentanza. Ne verrebbe una moltiplicazione di idee, di responsabilità e di pratiche di autogoverno, recuperando in questo modo una intelligenza diffusa ora dispersa in mille rivoli o semplicemente sopita. Richiederebbe inoltre di far interagire ambiti territoriali e istituzionali diversi, immaginando un progressivo riequilibro (anche demografico) fra l’area metropolitana e l’ambito regionale.

Perché stipare tre milioni di persone in un’unica città, qui come altrove, è di per sé insostenibile. E’, quello del rapporto fra città e aree rurali/montane, un tema ricorrente in questo nostro “viaggio”, un filo conduttore che dall’“Università della montagna” di Edolo alla “Scuola del ritorno” di Paraloup ci porta fino a Paolo Cognetti, recente vincitore del Premio Strega con il suo “Le otto montagne”.

Nodo cruciale del nostro tempo e dell’insostenibilità di un modello di sviluppo che mercifica ogni frammento delle nostre esistenze, produce l’abbandono delle aree rurali e delle montagne con il conseguente formarsi di megalopoli sempre più invivibili, per non parlare di quel che ne viene sul piano dell’incuria e del degrado del territorio nei suoi processi di impoverimento, di cambiamento climatico e di progressiva desertificazione.

Anche questo è un “cambio di paradigma”, investe la qualità del vivere come il rapporto con il lavoro e la necessità di reddito (il nostro primo incontro dell’itinerario romano è con l’esperienza di co-working al centro Millepiani), una dimensione programmatica che chiama in causa il valore relazionale, la gratuità dello scambio, la fruibilità del tempo ed altro ancora. Anche in questo caso, un rovesciamento che richiede fantasia.

Trovo in lei attenzione, curiosità e molte sintonie. Cosa che avviene peraltro in molti dei nostri incontri, un insieme di ricognizione delle potenzialità umane e materiali, di confronto sul cambio di sguardo che si richiede ai corpi intermedi per uscire da un torpore che non investe solo i partiti. Tanto che incontriamo a più riprese alcuni dei nostri interlocutori, come a ricercare un supplemento di conoscenza reciproca.

Intreccio curioso di sguardi che avviene grazie alle persone che ci accompagnano in questo nostro itinerario, le quali su questa lunghezza d’onda lo sono da tempo anche grazie a quel cenacolo di idee che la Scuola politica Danilo Dolci ha rappresentato e rappresenta. E che pure di questo “spazio di pensiero laterale” hanno bisogno per non finire fagocitati nel gorgo della politica possibile.

Carlo, Mauro, Sandro, Stefano, Paola, Alice, Carla, Giorgio e… Silvano. Silvano Falocco che dell’itinerario romano è l’ideatore e l’anima. Stupisce come di queste svariate città dentro Roma Silvano conosca i dettagli, vie, storie, personaggi, una sensibilità curiosa ed insieme ironica, mentre non stupisce affatto come fra questa moltitudine di luoghi e persone possa avvertire la nostra stessa solitudine politica.

Perché di sindaci che immaginavano che la città finisse in viale Cristoforo Colombo – mi dice sorridendo Silvano – ce ne sono stati diversi in questi anni, espressione di una politica che “sorvola” i territori, Roma compresa. Anzi, può sembrare paradossale ma ho la sensazione che questa città la si possa sorvolare ancor più di altre.

Quattro giorni non sono nulla, ma come in ogni viaggio si delineano intese che ci permettono di sentirci dentro un luogo e un tempo. Così può anche accadere che sette ore di trasmissione radiofonica notturna al Corviale (nei pressi di un eco-mostro lungo un chilometro ed alto più di dieci piani) da dove trasmette “Radio Impegno”, possano trascorrere in un lampo, discorrendo del nostro “viaggio” come pretesto per parlare del nostro presente. Così come nella conversazione a casa dello scrittore Eraldo Affinati nel quartiere Ostiense, riconoscendoci – pur venendo da esperienze molto diverse – fin nelle parole usate, come se i nostri percorsi di ricerca fossero gli stessi.

O nell’incontro con gli amici della Scuola Danilo Dolci, ormai un appuntamento annuale nel quale aggiornare le nostre linee di osservazione dentro quest’infinita transizione fra il “non più” e il “non ancora”. In questi anni con loro ho affrontato, volta per volta, temi che avevano a che fare con la necessità di mettere alla prova i nostri paradigmi, fin tanto che qualcuno di loro ha cominciato a chiamarmi “cavaliere nero” (https://youtu.be/qYY4HERByd8). Che a ragion del vero un po’ contrasta con il ruolo di “pontiere” che ho cercato di svolgere negli anni dentro una coalizione di governo nella quale l’intento predominante era quello di demarcarsi pur di acquisire visibilità. Ma che ancora una volta trovano confermato nel mio giudizio sulla movimentazione politica di questi mesi, nella quale rivediamo una storia più volte riavvolta, in assenza di quel cambio di paradigma che porta gli uni a chiamarsi “Sinistra Italiana” e gli altri a definirsi “Democratici progressisti”. Fermi lì, incapaci di andare oltre l’approccio keynesiano. Come negli Usa con Sanders e nel Regno Unito con Corbyn. Nonostante la distanza, qui “gioco in casa”. Un po’ più facile sentirsi meno soli.

Via dalla città

Se mancano le competenze, informazioni e conoscenza come ci dice a Milano Filippo Tantillo (che del programma “Aree interne” è coordinatore), è difficile andare oltre una sorta di sindacalismo rivendicativo di territori ancora chiusi nei paradigmi del passato. Perché quel che viene dal basso e dall’alto molto spesso si assomigliano. Così le rivendicazioni dei territori si riducono alla richiesta di deroghe. Anche questo vuoto è solitudine.

Siamo scesi a Milano, anche se l’ambientazione del nostro incontro è la dimensione rurale di una vecchia cascina nel cuore della città. Alla “Cuccagna” il rischio è che la fatica della montagna non venga percepito, anche se il nostro dialogo si arricchisce di nuove voci a testimonianza che siamo nel mezzo della contraddizione. Visto da qui mi sembra che il pessimismo non possa che prevalere. “Via dalla città” – oltre ad essere il titolo del bel libro di Maurizio Dematteis – è anche una sorta di spostamento di sguardo, un riposizionamento senza il quale l’insostenibilità diventerà rancore, una clava contro chi ci insidia nelle nostre sicurezze.

È quel che facciamo dopo aver avuto conferma che nella città tutto è fuori di “misura”, insostenibile. Anche un piatto di pasta. Ci aspetta un rifugio alpino nel cuneese, dove tutto è più faticoso ma dove c’è qualcuno che questa “misura” prova a ricercarla.

Edolo, l’Università della Montagna

Il rapporto fra città e montagna è dunque il motivo forte di questo secondo itinerario. Lo abbiamo iniziato a Edolo, in Val Camonica. A far bene, forse lo avremmo dovuto iniziare al Tonale, perché anche qui, al confine fra Trentino e Lombardia, quello scarto di pensiero fra diversi modelli di sviluppo appare evidente. I condomini del Tonale e quelli del Sestriere – pur con le dovute proporzioni – non sono poi così diversi. Qui segnano certamente un tempo che ha lasciato le sue tracce inguardabili (che andrebbero abbattute), ma l’approccio con cui ancora ci si rapporta alla montagna non è poi tanto dissimile, fatto di rendita, facile profitto, nessuna attenzione per la natura dei luoghi, omologazione.

Fra il Tonale e l’Aprica, Edolo è una cittadina che prova un’altra strada. O almeno così mi piace pensare visto che qui è nata qualche anno fa, in collaborazione con l’Università di Milano, una scuola per ripensare l’approccio verso la montagna. È Unimont, l’Università della Montagna diretta da Anna Giorgi, che ogni anno sforna qualche centinaio di laureati in “Valorizzazione e tutela dell’ambiente e del territorio montano” (http://www.valmont.unimi.it/italiano/home.html). Una scuola che si prefigge la formazione di nuove figure professionali per rilanciare «attività agro-forestali, zootecnia di qualità, produzioni artigianali, protezione dell’ambiente, turismo in un contesto in grado di garantire una migliore qualità di vita per chi volesse operare in tali settori».

Non riusciamo, come invece era nelle nostre intenzioni, ad avere il collegamento con Anna, impegnata a Monaco (recupereremo a breve con un’intervista dedicata), ma la conversazione che si sviluppa fra noi, Sergio Remi del Consorzio Aaster e Patrizio Mazzucchelli, produttore locale della Valtellina che proprio qui a Unimont si è formato, rappresenta uno stimolante preludio di questo itinerario. E, a ripensarci ora che questo viaggio è alle nostre spalle, anche una buona sintesi di quel che ne verrà, fra l’ottimismo di vedere come questi argomenti trovano sempre maggiore cittadinanza e il pessimismo con cui misuriamo la distanza della politica da un nuovo approccio insieme territoriale e sovranazionale. Fra l’attenzione verso le filiere e le contromisure per saltarle. Fra il riconoscere le aree interne e la spending review che non si fa carico delle condizioni di maggiore difficoltà che le comunità montane si trovano ad affrontare.

L’eredità olivettiana

Se c’è una città che parla più di altre dell’importanza di cambiare i paradigmi di riferimento questa è Ivrea. Qui ci attende il Sindaco Carlo Della Pepa che per prima cosa ci accompagna a visitare il Laboratorio – Museo Tecnologicamente, il racconto della vicenda industriale (e non solo) della Olivetti.

Perché questa storia rappresenta qualcosa di più di un’impresa, una sperimentazione insieme industriale, sociale, urbanistica e culturale che ha segnato la città e il territorio circostante. E, insieme, un pensiero laterale fra i più importanti del nostro Novecento. Una ricchezza che però fatica a diventare patrimonio collettivo.

Nel fare visita all’Archivio Storico Olivetti veniamo accolti da un nutrito gruppo di persone che della vicenda olivettiana sono stati insieme protagonisti e testimoni. Hanno visitato il blog del nostro viaggio e sono incuriositi da questo percorso che associa parole come solitudine e politica. La familiarità con cui ci accolgono ha forse qualcosa a che vedere con quell’abitare sul crinale della ricerca ma fors’anche con la condizione della solitudine.

Quella che vediamo attraverso le macchine, i manifesti, le riviste e le case editrici del progetto comunitario di Adriano Olivetti è qualcosa che in qualche modo ha a che fare anche con le nostre storie individuali. Le vecchie macchine da scrivere che vedevo da ragazzino nello studio del notaio Calliari dove lavorava mia zia Enrichetta, i primi rudimentali calcolatori meccanici, le “Lettera 22” con cui incidevamo le prime matrici di plastica con cui stampavamo volantini spesso illeggibili, le macchine elettriche degli anni ’80 con cui si preparavano le matrici elettroniche, i primi computer M20 con i floppy di cartoncino plastificato, la rivoluzione informatica degli anni successivi.

Che non si limitava a tradurre l’ingegno umano in macchine sempre più rivoluzionarie ma che si interrogava sulla condizione operaia, sul welfare e sull’abitare, sul tempo libero e sul sapere, fino a toccare la frontiera della proprietà e del potere. Quel disegno venne spezzato con la morte di Adriano Olivetti nel 1960, nel pieno di uno scontro con le grandi industrie nordamericane meno innovative ma finanziariamente e politicamente più forti.

Una vicenda, quella del pensiero olivettiano, che aveva a che fare con quel filone di ricerca rappresentato dall’azionismo politico e da “Giustizia e Libertà”, guardato con sospetto dalle principali vulgate politiche che, infatti, la condannarono alla marginalità. Sui muri dell’Archivio vediamo i manifesti degli incontri in azienda con Altiero Spinelli, Eugenio Montale, Eduardo De Filippo… negli scaffali le pubblicazioni delle Edizioni di Comunità che coraggiosamente riprendevano i pensieri di Theodor Adorno e di Karl Jaspers, di Norberto Bobbio e di Jacques Maritain, di Simone Weil e di Emile Durkheim. E successivamente le opere di Max Weber e di Hannah Arendt.

Qui ci sarebbe da scrivere un’altra storia politica, se solo una comunità sapesse pulsare con questa straordinaria eredità, per farne un luogo di elaborazione che va oltre i confini di una città, di una regione e di un paese. Invece è come se avessimo a che fare con un’eredità confinata. Ne parliamo a cena con il Sindaco di Ivrea. Chissà se ne verrà qualcosa di interessante…

A pensarci, Ivrea è a pochi di chilometri da Torino, ma le storie delle famiglie industriali di queste città andavano in direzioni radicalmente diverse, il profitto e la comunità. Anche nel rapporto fra città e territorio, fra città e montagna, le strade erano diverse. Per quella che prevalse, scempio e abbandono erano facce della stessa medaglia.