Alla ricerca delle lucciole

«Il viaggio a me sembra la forma d’intimità per eccellenza, forse perché consente il dialogo ma accoglie anche il silenzio: rispetta le solitudini, lascia spazio al discorso interiore e alla contemplazione. Il paesaggio che scorre cattura lo sguardo, è un pensiero condiviso. Così l’andare insieme assomiglia molto al vivere insieme: c’è un rapporto di coppia, un percorso più o meno accidentato, il tempo necessario ad arrivare in fondo»

Paolo Cognetti, “A pesca nelle pozze più profonde” (Minimum fax)

di Federico Zappini

(17 febbraio 2017) Se non fosse già stata usata in mille altre occasione si potrebbe far riferimento alla metafora biblica della traversata del deserto. Bene si adatterebbe alla solitudine da cui abbiamo deciso di partire, se non fosse che il contesto politico dentro il quale ci muoviamo non è caratterizzato solo da un’interminabile serie di vuoti (linguistici, valoriali, organizzativi) ma anche e soprattutto da un livello di saturazione (“l’abbagliante luce prodotta dalla modernità”, così come la descrive Huberman [1]) che opprime e che disorienta. Lo spazio della riflessione, dell’approfondimento, dell’analisi e del confronto – alla base di qualunque sistema politico e sociale che pretenda di funzionare – è oggi quanto di meno praticabile e accogliente si possa immaginare. Saturo appunto, in un mix letale di conformismo e indifferenza.

Ne scrive benissimo Ugo Morelli: «Noi tutti siamo saturi di informazioni che non riescono a farci avere un’idea di un problema o di un fenomeno e, confusi, ci dimeniamo nelle selve del presente. Si dimena pure il linguaggio della politica che, forse, è uno dei luoghi della massima saturazione. Lo svuotamento di significati del gergo pare una parabola inarrestabile e ogni tentativo di proporre una controtendenza è riassorbito e sepolto nella palude del già visto o del non senso». Eppure le forme della politicizzazione – come si tenta a volte, con eccesso di semplificazione, di argomentare – non sono venute meno, anzi. Solo assumono forme, nel bene e nel male, molto diverse da quelle che sappiamo riconoscere, che riteniamo legittime di essere prese in considerazione. La maggior parte di esse, almeno tra quelle che assumono maggiore evidenza mediatica, non riescono ad assumere funzione generativa e si accontentano (o addirittura rivendicano) la propria azione di freno, di rinserramento, di conservazione.

E’ dentro questo scenario che bisogna lavorare, almeno per cominciare, nei termini della ricerca, della curiosa osservazione. Vanno individuate le lucciole – sempre citando le preziose riflessioni di Huberman – che vedono dissipare la propria delicata luminosità nell’accecante bagliore dentro il quale sono costrette a muoversi. Non vanno riunite ma riconnesse, fatte riconoscere vicendevolmente. Non nell’ipotesi di costruire in vitro soggetti politici o di raccogliere – ancora? – firme in calce a nuovi Manifesti. Non con l’obiettivo di ridurne le differenze e unicità a forzate quanto instabili identità. Non con la spocchia di possedere in partenza risposte ma con l’urgenza di condividere domande all’altezza dei “tempi interessanti” che stiamo attraversando, intesi nella forma ambivalente di benedizione/maledizione che deriva dalla tradizione cinese.

Se queste non fossero le premesse fondative di questo viaggio che fa della solitudine un motivo di necessaria attivazione, quella che stiamo vedendo dispiegarsi scompostamente attorno a noi potrebbe addirittura apparirci come una fase di rinnovamento della geografia politica. Ma la moltiplicazione di partiti, partitini e movimenti unita alla frenesia che attanaglia la scalcagnata classe politica italiana (perché sempre di manovre tutte interne agli addetti ai lavori si tratta) rischia di essere il tossico rimasuglio di un inverno lungo e rigido dal quale fatichiamo ad uscire.

La cosa che sembra sfuggire ai più è che il problema non sta nel contenitore, quasi si confondesse un partito con un circolo tennis o un centro commerciale che deve incrociare, in termini di marketing politico, i desideri e i gusti di “pezzi di società” alla ricerca di un nuovo prodotto da acquistare e nel quale riconoscersi. Ognuno degli esperimenti – frutto di scissioni imminenti, di fusioni frettolose, di pruriti identitari – che in queste settimane animano la cronaca e i retroscena giornalistici assomigliano a esercizi di stile (spesso del tutto autoreferenziali) piuttosto che processi di riaffermazione del ruolo della politica. Una dicotomia decisiva, letale, apparentemente insanabili.

Il viaggio che abbiamo in mente non é quello che altri condurranno esponendo le proprie tesi congressuali. Preferiamo il dubbio alle certezze e non ci spaventa la categoria del tradimento. Non sarà nemmeno il filo rosso che tiene insieme la geografia della paura e del rancore (che ha già numerosi interpreti) o quella delle emergenze e degli interessi particolare (anche questa sufficientemente rappresentata). A questi schemi preferiamo i tempi lunghi, magari non del tutto a ritmo con la frenesia dell’attualità, e la complessità.

E’ un percorso che non si dà un termine preciso e questa indeterminatezza – apparentemente sconveniente, addirittura pericolosa in un tempo nel quale sembra obbligatorio annunciare in partenza il proprio posizionamento e la propria traiettoria, i propri riferimenti e i propri nemici – è per il momento una garanzia di libertà, autonomia, non dipendenza. La radicalità sarà una delle chiavi di lettura necessarie, non in quanto mera enunciazione di propositi ma come sperimentazione di alterità all’esistente, inteso come conservazione di una serie di paradigmi che oggi contribuiscono a definire il concetto di stabilità e di non alternativa possibile.

Non è un caso che nel primo “sopralluogo” per immaginare un itinerario capace di coinvolgere il nord-ovest italiano ci sia capitato di passare la mattina a discutere di terre alte e aree interne, di trasformazione dei modelli produttivi, di nuovi paradigmi dello sviluppo nella casa e tra gli scaffali che ospitano l’archivio di Piero Gobetti e di bere un caffè in uno spazio di co-working a poche centinaia di metri di distanza parlando di progetti di riqualificazione urbana a base culturale e di ecosistemi innovativi nel meridione, tra Europa e Mediterraneo. Non contenti abbiamo concluso la nostra esplorazione piemontese spingendoci fino a Ivrea, lì dove Adriano Olivetti sperimentò un modello di relazione tra fabbrica e comunità, tra tecnologia e cultura, tra imprenditoria e inclusione sociale. Un’ipotesi che mantiene ancora oggi – nonostante la malinconica condizione di generale dimenticanza del lascito olivettiano – tratti di incredibile modernità.

Sifr (zero, nella lingua araba) è questo. Il tentativo di trovare compagni di viaggio curiosi e disponibili a mettersi in gioco. La speranza di riuscire a introdurre nella stanca condizione della politica uno o più elementi – così come avvenne con la comparsa del numero 0 – capaci di sparigliare le carte e di offrire lo spunto per una nuova prassi della politica, a ogni livello. Pronti, attenti, via.

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