Ne verrà un bel viaggio. Qualche risposta ad Annibale…

Per Annibale, Francesco, Giando, Giovanni A., Giovanni DB, Licia e chi vorrà…

Care e cari, trovo finalmente il tempo per interloquire con la riflessione che nelle scorse settimane Annibale ci ha proposto in relazione al nostro incontro di Palermo. Una riflessione impegnativa e stimolante che richiede un’attenzione adeguata che non so se riuscirò a sviluppare in questo testo. Ma ci provo, rispettando lo schema di riflessione che Annibale ha proposto.

Il nostro incontro.
Dopo averne parlato con Francesco, avevo inteso la richiesta di fare un incontro a Palermo come necessità di un’attenzione preliminare nei confronti delle persone che manifestando interesse per questo viaggio volevano in primis comprenderne meglio i contorni. Richiesta ben comprensibile, sia perché analoga ad altre sollecitazioni che mi sono giunte dopo la lettera da cui questo percorso ha preso il via, ma soprattutto perché in questo voler approfondire ragioni e intenzioni ho letto un legittimo scetticismo a fronte di una proposta che, se originale nelle sue modalità e fors’anche nel porre a tema il cambio dei paradigmi di riferimento dell’agire politico, poteva lasciare aperti molti interrogativi su un suo obiettivo immediato. Anche perché, a ragion del vero, l’idea di mettersi in viaggio come forma di interlocuzione politica non è poi così originale. Lo è invece nel suo interrogarsi sui fondamentali (mentre assistiamo ad una movimentazione tutta incentrata sui contenitori) e nel suo carattere per niente propagandistico. 
Da tempo pongo la necessità di darci chiavi di lettura adeguate per interpretare il tempo presente e nel far questo delineare i contorni (lo dico con molta cautela) di un nuovo umanesimo. E’ peraltro quel che ho cercato di fare nel corso degli anni a partire da una sperimentazione politica del tutto originale[1] e da una riflessione che se aveva come focus lo stato agonizzante di una cooperazione internazionale appiattita sull’emergenza, in realtà cercava di proporre un diverso sguardo sul mondo[2].
Definire questo obiettivo come ambizioso è dir poco. Tuttavia intravvedo l’emergere di questa necessità non solo in qualche ambito ancora marginale di ricerca ma anche nell’agire di quanti provano a far vivere, nel loro impegno professionale, sociale e politico, quello stesso cambio di prospettiva di cui vado parlando.
L’obiettivo del “viaggio nella solitudine della politica” non è un libro, né un’inchiesta giornalistica e nemmeno la costruzione di una rete: quel che ci proponiamo è mettere a confronto pensieri, conoscere esperienze, raccogliere idee e, nel far questo, sentirsi meno soli. Se poi ne verrà un libro, se il racconto che ne faremo attraverso il blog sarà interessante, se le relazioni che ne nasceranno saranno fertili, tanto meglio. Sin dal primo momento ci siamo detti che tutto quel che sapremo raccontare sarà a disposizione di chi ne vorrà fare tesoro. Dentro e fuori i luoghi della politica, in senso lato.
Chi vi vorrà partecipare, nelle forme più libere che già stiamo sperimentando nel corso dei primi itinerari, non dovrà aderire a nulla. Non ci sono partiti, movimenti, liste, associazioni, fondazioni, reti che ci attendono, ma un viaggio nel quale ciascuno potrà aggiungere qualcosa di suo e raccogliere quel che vorrà. Perché così si vanno costruendo gli itinerari che del viaggio sono la modalità di svolgimento.
C’è un viaggio che con pochi amici ho proposto, sta a voi considerarlo anche un po’ vostro. Perché siete curiosi, perché se ne condividono le motivazioni, perché amiamo viaggiare per cercare di meglio comprendere questo passaggio di tempo.

Sguardi.
Oltre all’insana abitudine di cercare conferme di quel che già pensiamo, il nostro sguardo è inevitabilmente condizionato da quel che siamo per storia personale, età anagrafica, sesso di appartenenza, ambiente che ci circonda ed altro ancora. Risentiamo di tutto questo e credo sia importante esserne consapevoli. Fa bene Annibale a coglierne i limiti.
Al tempo stesso questo viaggio nasce dal mio di sguardo, con tutto quel che mi porto dietro nel bene e nel male, non può essere che così. Lo rivolgo ad altre persone alle quali chiedo di aggiungere il loro, a prescindere dalla loro appartenenza di genere o, meglio, portando un proprio vissuto che è fatto di genere, età e tutto il resto.
Certo che la politica è stata sin qui “discorso maschile” ma questo non ha impedito ad uno sguardo femminile come quello di Hannah Arendt di intraprendere un “corpo a corpo” per evidenziarne l’originale carattere plurale, insieme di pensiero e di azione, l’“unicità nella distinzione”[3]. Dove l’agire politico,  anche nell’interagire con la nostra stessa parte di inumano, diviene l’essenza di una sfera pubblica capace di indagare la condizione umana. Abitare i conflitti, non esorcizzarli, non eluderli, ma renderli visibili, farli evolvere, trasformarli.
E se attraverso uno sguardo plurale il “non ancora” diventerà anche solo un po’ più visibile, questo è quel che il viaggio si propone.
Lo strabismo di cui avverto il bisogno, peraltro, non è solo l’intreccio di sguardi di persone diverse. E’ anche la necessità che avverto da tempo di fare i conti con la propria vicenda personale. Mi capita spesso di rileggere cose che, a distanza di anni, mi appaiono diverse, talvolta pressoché sconosciute, di cui provo a decifrare le parole appuntate venti o trent’anni fa: perché diversi sono gli occhi (e gli occhiali) con cui mi accosto ad un testo, ad una vicenda o ad un pensiero. Oppure nel guardare da lontano al luogo in cui vivo, come se la distanza mi aiutasse a vedere in altra luce quel che ho quotidianamente sotto gli occhi.

Stratificazione generazionale
Condivido in pieno il bisogno di produrre lo “spostamento” di cui parla Annibale. Penso peraltro che fare i conti con il passato che incombe sia la condizione affinché tale spostamento sia reso possibile. E quando parlo di cambio di paradigma, intendo proprio questo.
Mi spiego con un esempio che mi sta a cuore, il lavoro. Ascolto le parole di Papa Francesco, persona che pure si pone il problema di un cambiamento profondo nel nostro modo di vivere, a Genova mentre incontra i lavoratori dell’ILVA. Parla loro del lavoro come fonte di dignità, criticando un po’ a sproposito l’idea di un salario sociale (come se farsi carico da parte delle istituzioni di proteggere nella sua dignità di persona chi è in attesa di un lavoro in divenire fosse cosa umiliante…).
E poi… quale sarebbe il lavoro che dà dignità? Quello del vecchio schiavismo o delle nuove schiavitù? Quello di produrre beni che non servono a nulla o armi? Come non vedere che in ogni prestazione di manodopera sottoposta a gerarchie sociali la dignità viene tendenzialmente calpestata…
Ancora pensiamo che il lavoro renda liberi? Forse non ci siamo accorti che quella scritta che campeggiava all’ingresso di Auschwitz rappresentava il paradigma novecentesco e che “Auschwitz è il Novecento”[4]?
Qualche settimana fa ho visto in azione un mostro meccanico che nel giro di sei ore ha fatto il lavoro che in altri tempi nemmeno una squadra di dieci persone avrebbe potuto svolgere in un mese o forse più. Non vi nascondo che il pensiero è andato a mio padre e alla fatica quotidiana con cui teneva pulito quello stesso pezzo di terra.
Niente di nuovo se non il prendere atto di come oggi la tecnologia ci potrebbe aiutare a lavorare meno e meglio per produrre quel di cui abbiamo bisogno per vivere. Ma, come sappiamo, l’esito non è affatto questo, considerato che i beni di cui crediamo di aver bisogno sono sempre di più e sempre più indotti da processi culturali che sfuggono al nostro controllo. E così le nostre vite sono di corsa, fra frammenti di lavoro e di precarietà diventata normalità.
La considerazione che come pianeta viviamo oltre le nostre possibilità, dovrebbe indurci a riflettere sul fatto che il combinato disposto fra rivoluzione tecnologica e riconsiderazione dei bisogni non richiede la “piena occupazione” bensì una diversa distribuzione del lavoro connesso ad una sua riqualificazione e a processi sempre più estesi di liberazione, dallo sfruttamento come dal “dominio delle cose”[5].
Un cambio di prospettiva che metta al centro la vita dovrebbe indurci semmai a ripensare il lavoro in virtù di diversi stili di vita in cui tutto, comprese le relazioni, non sia mercificato. E’ quel “fare meglio con meno” che richiede un altro scarto di pensiero, la necessità di invertire la tendenza all’abbandono della campagna e della montagna cui assistiamo con la formazione delle moderne megalopoli. Ne parleremo…
Eppure non c’è programma politico nel quale il lavoro non sia al centro, tanto che l’articolo 1 della Costituzione può diventare – in piena tradizione novecentesca – simbolo elettorale. Fermi ma soprattutto incapaci di fare i conti con la storia.
Questa per me è la necessità di uno spostamento di orizzonte, da un “non più” che ci attarda nei miti di un tardo positivismo, ad un “non ancora” capace di leggere la postmodernità, fare propria la cultura del limite, immaginare nuove relazioni e ordinamenti sociali. E non solo…

Comunità.
Provo a declinare questa parola nel rapporto fra modernità e tradizione. Non è per nulla casuale che nello svolgersi del nostro viaggio il tema delle forme di autogoverno del territorio esca in continuazione. Dalle “regole” agli “usi civici”, dalle proprietà collettive ai beni comuni… prende corpo un ripensamento delle forme proprietarie attraverso cui gestire la terra, l’acqua, il patrimonio naturale (pascoli, boschi…) che affonda le sue radici nella storia ma che ha avuto scarsa cittadinanza nel dominio delle vulgate novecentesche fondate sul privato e sul pubblico, sul mercato e sullo Stato.
Come non vedere che anche questo è uno “spostamento”, l’uscita dal paradigma dello “stato-nazione” che fra l’altro ha devastato codici di autogoverno che duravano da secoli. Penso a quel che avvenne in Sardegna nel 1820 con l’introduzione del concetto di proprietà privata della terra cancellando la “Carta de Logu” promulgata nel 1400 dal giudice Eleonora d’Arborea in base alla quale ogni villaggio aveva un territorio suddiviso in due parti – pascolo e semina – entrambe proprietà collettiva[6], assegnate a rotazione. Penso al mondo arabo dove l’affermarsi post-coloniale degli stati-nazione (in assenza della rivoluzione borghese di cui erano espressione) ha prodotto uno scasso ancora più forte rispetto a tradizioni di gestione dei beni comuni a quel punto confinate come arcaiche e feudali.
Queste forme di costituzione materiale erano pienamente politiche, ma sono state considerate superate nella dicotomia stato/mercato, imponendo questo schema (verticale e maschile) anche alla formazione dei corpi intermedi che mutuavano la loro configurazione alle regole gerarchiche della guerra.
Pensiamo che tutto questo sia estraneo al delirio nazionalista? Basta leggere “Le origini del totalitarismo”[7] per comprendere che il nesso fini/mezzi che ha dilaniato il Novecento è strettamente legato ad un paradigma che ha gemmato a cascata anche le forme tradizionali dell’agire politico.
Convengo con Annibale che questo viaggio non possa eludere la ricerca di altre espressioni comunitarie, anche istituzionali. Tanto è vero che nei nostri itinerari cerchiamo di andare oltre i confini che quel paradigma ha imposto.

Nuovo paradigma.
Scrivendo qualche giorno fa sul mio blog a proposito della movimentazione politica di queste settimane, nell’esprimere la mia distanza dall’attuale offerta politica e da un approccio per il quale basterebbe rifarsi alla Costituzione Italiana per avere le risposte che cerchiamo (e per il quale la sconfitta sarebbe l’esito del tradimento di principi già scritti), consideravo come negli appelli nati nel tentativo di dare rappresentazione al mondo della sinistra che non si riconosce nel “renzismo” non venisse posta affatto l’esigenza del cambio dei paradigmi che hanno segnato il Novecento: «dello sviluppo senza limiti, della guerra come levatrice della storia, dell’uomo signore della natura, del lavoro che rende liberi, dello stato/nazione come forma di organizzazione della società, della sovranità nel tempo dell’interdipendenza e così via»[8].
A questo aggiungiamo il paradigma della complessità che Annibale richiama come “natura unitaria della realtà come eco-sistema”, attorno al quale si è sviluppata la ricerca di una comunità di pensiero nella quale mi riconosco e che in questo stesso viaggio vorrei riuscire a coinvolgere[9]. Ma ancora largamente minoritaria nella coscienza diffusa.
Siamo con i nostri corpi nel nuovo secolo ma con il pensiero ancora immersi nel Novecento.
Anch’io ho guardato a suo tempo all’esperienza dei “Cantieri” come ad un luogo funzionale a questo cambio di approccio, il cui fallimento ascrivo proprio al prevalere del “non più” sul “non ancora”. Ricordo a questo proposito il Cantiere sulla guerra che si svolse a Venezia nel giugno 1999, all’indomani dei bombardamenti Nato sul Kosovo e sulla Serbia, e la fatica di uscire dallo schema precedente. Tanto che proprio in quella circostanza con l’amico Tonino Perna – nel voler superare l’approccio emergenziale che segnava gran parte del movimento per la pace – lanciammo l’idea di un Osservatorio permanente sui Balcani (che poi divenne uno dei luoghi di ricerca e informazione sulla regione transeuropea più prestigiosi d’Europa).
“Dov’è il pacifismo?” ci sentiamo chiedere talvolta provocatoriamente. Fermi, incapaci di interrogarsi sulla banalità del male e del bene, tutt’al più a celebrare i nostri riti… 
Per dire che non si può immaginare un cambio di paradigma senza aver fatto i conti con noi stessi e con le culture dalla quali proveniamo.

Senso.
Nella nota che ho scritto all’indomani dell’incontro di Palermo ho richiamato la necessità di abitare il limes. E’ la metafora proposta da Giando della siepe che ci protegge e insieme ci offusca la vista. Si tratta di uno spazio che ci inquieta (tutto cambia) ma che al tempo stesso ci rassicura (con le certezze del passato). Una transizione che non sembra finire mai.
Abitare il limes significa avere il coraggio di prenderlo per le corna, come si fa (si dovrebbe fare) con i conflitti, che richiedono di mettersi nei panni altrui anche a costo di vivere “senza balaustra”[10], anche a costo della solitudine. Che diviene così scelta consapevole. Esplorare i luoghi che s’interrogano sul “non ancora” e farlo a partire dal dissolvimento (elaborato) del senso precedente è un po’ la ragione del nostro viaggiare.

Sicilia.
Mi pare che Annibale abbia colto perfettamente quale potrebbe essere lo spirito dell’itinerario siciliano, la Sicilia come luogo dove il cambio di paradigma è connesso nel profondo di un ambiente che ha conosciuto mille ibridazioni mediterranee, nella natura come nella cultura.
Annibale si chiede: quanto di questa dimensione comunitaria rinasce ogni volta anche in piccole esperienze? Credo che l’incrocio dei nostri sguardi ci potrebbe aiutare nel metterla a fuoco.
Ne verrà un bel viaggio.

Michele

Trento, 26 giugno 2016

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1. Mi riferisco al percorso del movimento politico trentino di “Solidarietà”
2. Mauro Cereghini/Michele Nardelli, Darsi il tempo. Emi, 2008
3. Hannah Arendt, Vita Activa. Bompiani, 1994
4. Marco Revelli, Oltre ìl Novecento. Einaudi, 2001
5. Claudio Napoleoni, Cercate ancora. Editori Riuniti, 1990
6. Michela Murgia, Viaggio in Sardegna. Einaudi, 2008
7. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo”. Edizioni di comunità, 1967
8. michelenardelli.it
9. Di questo viaggio ne ho parlato a lungo ad esempio con Mauro Ceruti che, con Edgar Morin e altri, è uno dei protagonisti in Europa del pensiero della complessità.
10. Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui. Raffaello Cortina Editore, 2006.

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