Nel caleidoscopio balcanico

Nel diario del nono itinerario del “Viaggio nella solitudine della politica” (agosto 2018) l’ennesima conferma che questa regione europea continua a trasmetterci suggestioni generalmente incomprese sulla post-modernità
di Michele Nardelli

Il viaggio che ci porta verso l’Europa di mezzo è estenuante. Le code per lavori di terze o quarte corsie (come se il problema fosse quello di fare spazio piuttosto che di interrogarsi su questi flussi che percorrono l’Europa), il traffico di vacanze esasperate, il rientro di migranti per assecondare radici che col tempo verranno definitivamente tagliate, i confini interni all’Unione Europea – che sulla carta non dovrebbero esserci più – che il vento sovranista vorrebbe ripristinare e quelli che le guerre degli anni ’90 hanno sancito insieme all’imbroglio dell’identità nazionale: per arrivare a Kozarska Dubica, al confine fra Croazia e Bosnia Erzegovina, ci impieghiamo quattordici ore.

“Che fregatura”
Lungo il tragitto una sosta a Zugliano, nei pressi di Udine, per incontrare l’amico Božidar Stanisić, scrittore e poeta bosniaco di rara sensibilità, con il quale iniziamo a scrutare il caleidoscopio balcanico o, come lui preferisce, il laboratorio insieme economico, sociale, culturale e generazionale che i Balcani hanno rappresentato negli anni ’90 e in questo lungo dopoguerra. Laddove un’esperienza fra le più originali com’era stata quella jugoslava fallisce e implode per l’effetto combinato di fattori interni ed esterni, in un ingorgo fratricida che trascinerà con sé un’umanità resa oltremodo fragile dal carattere paternalistico del vecchio regime e da una coscienza di sé segnata dai fantasmi di un passato non elaborato.
Avverto nelle parole di Božidar lo sconforto di una generazione che si era sentita protagonista di un vivace fermento sociale e culturale che aveva attraversato la Jugoslavia degli anni ’70 e che si è trovata senza nemmeno accorgersene alla mercé dei nuovi barbari cresciuti nelle pieghe degli apparati, statali o militari che fossero. Che in Božidar non è nostalgia del passato («quel che è accaduto doveva accadere»), ma la sensazione di essere stati defraudati. La percezione degli avvenimenti c’è – afferma Božidar – ma nei termini di una passività che porta molte persone a dire “che fregatura!”. “Benvenuti nel deserto del post socialismo” non è solo il titolo di un libro su quel che è accaduto in queste latitudini (e non ancora tradotto in italiano), è l’esito di questo tragico laboratorio che ha fatto tabula rasa di vite, città e villaggi, storia e cultura, utopia e istanze egualitarie, welfare e mobilità sociale.
E la stanchezza del sentirsi apolide, clandestino per la vita, scaraventato più o meno per caso nel “regno della sedia”[1].

Nel cuore dell’Europa
Riprendiamo il nostro viaggio verso oriente sotto un sole cocente. Al confine di Fernetti non ci sono code, a testimonianza di come le linee migratorie che la guerra degli anni ’90 produsse investì in maniera assolutamente marginale questo nostro paese, incapace di reggere – oggi come ieri – flussi altrove ben più consistenti. Le code le troveremo più avanti, ancora lavori di allargamento delle arterie di una società sempre più opulenta e, questa volta sì, di migranti che tornano alle origini facendo spesso bella mostra di auto potenti, simboli esibiti di quel passaggio (o così percepito) fra esclusione ed inclusione che ha preso il posto della vecchia lotta di classe.
E poi l’incubo dei confini, di quella costruzione mentale e tragicamente concreta che il delirio degli stati nazione continua a produrre a difesa di improbabili identità. Con noi ci sono alcuni ragazzi che sono nati dopo l’abbattimento delle frontiere interne all’Unione Europea. Fare chilometri di coda è, se vogliamo, ancora niente rispetto all’incertezza del passaggio alle frontiere quando – come vedremo – un documento ti certifica “cittadino del nulla”.
È notte quando siamo ancora alla frontiera di Jasenovac, là dove nella seconda guerra mondiale sorse uno dei più terribili campi di concentramento realizzati dagli Ustaša (i fascisti croati alleati di Hitler e di Mussolini). Qui durante la seconda guerra mondiale persero la vita quasi centomila fra serbi, ebrei, partigiani, oppositori. E rom, benché questa popolazione non rientri in quella tragica contabilità, ammazzati a randellate prima ancora di essere registrati. Vi sorge un importante memoriale, malgrado il revisionismo che attraversa la Croazia, che dà significato all’immenso giglio di cemento armato realizzato negli anni ’60 su progetto dell’architetto Bogdan Bogdanovic nel grande prato in cui sorgeva il campo e che durante l’ultima guerra qualcuno avrebbe preferito abbattere.
Fin qui non ci sono riusciti, ma le due ore in fila per entrare in Bosnia Erzegovina, a ben pensarci, hanno a che fare con quello stesso nazionalismo che risorge ogniqualvolta si discriminano le persone per un nome, un cognome, la colorazione della pelle o l’orientamento culturale, religioso o sessuale. Insomma, i criteri per i quali si finiva in quel campo. Ci eravamo proposti di visitarlo, ma a quest’ora è chiuso.
Snjezana e Dragan ci aspettano all’ingresso di Kozarski Dubica. Ho conosciuto Snjezana Duricić più di vent’anni fa, poco più di una ragazzina ma già efficace interprete per tradurre dall’italiano al serbo/croato/bosniaco, in ambienti spesso ostili e poco propensi al dialogo non accondiscendente, quell’approccio comunitario con il quale cercammo di dare un significato diverso alla nostra cooperazione. Ora, fra le varie cose che sta facendo, Snjezana è animatrice del Convivium Slow Food Potkozarje Podgrmeč dove stanno sperimentando antiche coltivazioni e nuove trasformazioni. E – pur nell’ora tarda (e nella stanchezza) – è grande il piacere di apprezzare la qualità del cibo che ci propone la fattoria della signora Mira che ci accoglie con i suoi distillati e con le sue leccornie.

La scomparsa dei luoghi del confronto pubblico
Al mattino presto ritroviamo Snjezana a Prijedor, questa volta per il suo sguardo sul tempo. Non solo come interprete, dunque, anche se per lei – ci dice – quel lavoro rappresentava anche uno spazio per capire e misurare i diversi punti di vista. Ed insieme l’opportunità di mettere in gioco il bagaglio di una generazione la cui formazione era avvenuta sui libri di testo che riportavano i simboli della Jugoslavia, fra unità e fratellanza, che pure scomparvero ben prima che la guerra ne cancellasse ogni traccia. E con quel bagaglio, anche la sua identità. Proprio la conoscenza delle lingue l’avrebbe aiutata ad essere, al tempo stesso, oltre l’angustia del nazionalismo che riduceva l’identità ad un nome e un cognome, ma anche ad entrare nelle vicende della sua terra, dalle quali non poteva né intendeva scappare.
Ora che l’istruzione è divisa – ci dice Snjezana – ti tiene dentro il conflitto e viene meno il principale strumento formativo del senso critico. Inoltre mancano i luoghi del confronto pubblico e le opportunità di discussione sono pressoché scomparse (tranne quelle del nazionalismo). Anche nelle famiglie i genitori di quanto accaduto preferiscono non parlarne.
E, ciò nonostante, «la mia impressione è che qualcosa stia cambiando». Il “movimento del 2014” è rifluito, ma rimane l’attenzione verso il futuro, come ad esempio nell’ambito dell’impegno professionale che Snjezana svolge a Sarajevo, dove collabora con persone che, pur avendo vissuto la guerra in luoghi e appartenenze diverse, oggi cercano ambiti di sperimentazione per agire in un contesto post bellico evitando esiti sempre uguali, facendo dell’empatia la base delle relazioni e della responsabilità il criterio su cui misurare i comportamenti individuali. «Imparando dalle vicende affinché ciò che è accaduto non si ripeta all’infinito. Imparando individualmente a prendere decisioni responsabili» ci dice Snjezana.

Prijedor, fra arroganza e ipocrisia
La conversazione è davvero interessante e potrebbe proseguire ma ci dobbiamo fermare perché alla Casa dei cacciatori nella Stari Grad (la città vecchia nell’antico stile architettonico turco interamente ricostruita dopo che la guerra l’aveva ridotta ad un piazzale per eliminare le tracce di ciò che rappresentava) arriva Fikret Bacić. Fikret è padre di due figli che nel 1992 avevano 6 e 12 anni e che sparirono insieme alla sua famiglia e i cui corpi non sono più stati ritrovati. Lui si è salvato perché nel 1991 era emigrato in Germania dove lavorava in un’ impresa edile. Poi la tragedia, il tentativo di rientrare, l’impossibilità di ritornare in quella che Luca Rastello aveva definito in un articolo sul Manifesto “il capoluogo inaccessibile”, un primo ritorno a Sanski Most (non lontano da Prijedor ma nell’altra parte di Bosnia dopo la divisione di Dayton) nel 1996 e poi finalmente il ritorno prima a Sanski Most nel 1998 e poi a Prijedor nel 2000, quando le condizioni lo hanno permesso.
Fikret ci racconta di come sono andate le cose in quel 25 luglio 1992, ricostruite grazie alla testimonianza del nipote Ziad che allora aveva tredici anni, scampato alla morte fra mille peripezie finché non è riuscito ad arrivare a Fiume/Rijeka dove Fikret è venuto a prenderlo dalla Germania. Da quel momento ha deciso che quello di ritrovare le tracce dei bambini uccisi e scomparsi (102 solo nell’area di Prijedor) sarebbe stato l’impegno della sua vita.
Gli occhi di quest’uomo parlano da soli. Ti dicono non solo dell’amarezza per ciò che la vita gli ha riservato ma anche di una guerra proseguita quando le armi hanno smesso di sparare, dell’ipocrisia diffusa, dei ricatti subiti nel mandare a processo gli autori dei crimini, dell’arroganza di un potere locale che nega persino l’autorizzazione affinché venga realizzato un piccolo monumento a ricordo di quei bambini vittime della follia nazionalista e criminale.
Fino ad oggi non sono bastate le centinaia di firme raccolte e le pressioni internazionali a superare l’ostracismo, adducendo pretesti ridicoli (la Municipalità di Prijedor non poteva essere il primo comune a realizzare un monumento come quello proposto) o rispondendo che l’amministrazione municipale avrebbe fatto abbastanza per i morti degli anni ’90. È questa una questione cruciale, soprattutto nella relazione costruita nel corso degli anni fra il Trentino e questa Municipalità. Sulla quale mi preme aprire una parentesi.

Imbarazzo e indignazione
Quando nel marzo 1996, insieme a Lina Dellagiacoma e Lorenzo Dallapè, entrammo per la prima volta a Prijedor, incontrammo fra gli altri l’allora sindaco Milomir Stakic. L’incontro con questo personaggio che qualche anno dopo venne condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale de L’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia fu, almeno per me, decisivo. Capii solo in quel momento la reale portata di quanto era accaduto in quella parte d’Europa e compresi che se quella visita voleva essere l’avvio di una relazione con quel territorio avremmo dovuto immaginare una diplomazia capace di forzare la mano, aprire spazi, rompere i silenzi, le reticenze, le ipocrisie e il clima da incubo che si respirava in quel buco di mondo.
Forzare la mano. Scherzammo sul significato di queste parole con Alba, Sandra, Alberto, persone che si presero ferie o aspettativa dal lavoro per avviare quella relazione nella “tana del lupo”. Quando dicemmo alle autorità locali che ogni nostro aiuto sarebbe stato subordinato al rispetto del diritto al ritorno e per questo venimmo apertamente minacciati… Quando lungo le rive del fiume Sana venne ucciso dall’IFOR che cercava di arrestarlo Simo Drljaca, uno dei capi del “Comitato di crisi” che aveva organizzato la pulizia etnica e i carri armati percorrevano minacciosi le strade della città… Quando arrivò il fax da parte dell’ambasciata italiana che ci diceva di desistere dalle nostre intenzioni perché quella era un’area pericolosa… Forzammo la mano e la situazione iniziò a cambiare.
Forzammo con il sindaco Borislav Marić nel dar vita all’ADL e nel favorire i primi ritorni delle persone cacciate; forzammo con la sindaca Neda Sevo che, seppur blindata, si rivelò un’interlocutrice attenta e sensibile; forzammo la mano quando decidemmo di svolgere simbolicamente nella città di Prijedor le elezioni europee…
Un difficile lavoro che vide protagonisti Annalisa, Patrizia, Marco come delegati dell’ADL[2] e tante altre persone che come me facevano la spola fra i territori. E poi diventò sindaco Marko Pavic che ai tempi della pulizia etnica era a capo dell’ufficio postale e dunque parte della cupola[3]. Avremmo dovuto considerare quell’elezione come un atto di ostilità verso il dialogo e il ritorno, avremmo dovuto mettere in discussione l’Agenzia della Democrazia Locale e le relazioni con quella municipalità. L’Associazione Progetto Prijedor non lo fece. Mi si disse che l’elaborazione del conflitto era un terreno troppo impegnativo e difficile, che lavorare sulla formazione di nuove classi dirigenti significava ingerire politicamente… e così me ne andai. Chiusa la parentesi.
L’eccidio dei 102 bambini, novantasei di famiglia bosgnacca, quattro croata e due serba è rimasto per tutti questi anni senza riconoscimento. E quando Fikret svolge il suo racconto – che pure si chiude confidando che il Trentino sia parte della pressione internazionale – cresce dentro di me l’imbarazzo e l’indignazione.
Perché è evidente che di quanto accaduto negli anni ’90 non si è più cercato di elaborare niente, che la riconciliazione è tornata ad essere parola retorica, che gran parte delle persone che avevano scelto di rientrare anche grazie al nostro lavoro hanno poi deciso di tornare nei luoghi del loro esilio. E perché del processo di cambiamento sociale, culturale e politico che avevamo contribuito a mettere in moto è rimasto ben poco, se non nella coscienza di qualche persona che ne era stata protagonista. Quello che non si è voluto capire è che gli aiuti materiali si fermano lì e che il cambiamento richiede, in Trentino come a Prijedor, un lavoro di relazione profondo nel quale le comunità possano rispecchiarsi e cambiare reciprocamente. Né lo scorrere del tempo, né il sostegno economico, guariscono le ferite.

La cancellazione della memoria
Fekrit Bacic ci parla inoltre del movimento delle fasce bianche, quelle che i “non serbi” in quei primi mesi del 1992 furono costretti a mettere al braccio per essere riconosciuti per poi finire nei campi di concentramento di Omarska, Trnopolje e Keraterm, tutti nel territorio della municipalità di Prijedor.
I figli di Fekrit, i 102 bambini di Prijedor, sono parte di una tragedia più grande, quella delle 3375 vittime civili in quell’area, delle ottocento persone scomparse e mai più ritrovate e delle circa 8.200 in tutta Bosnia Erzegovina. Ridare a costoro riconoscimento e dignità è solo questione di volontà politica. Ma la politica preferisce, al contrario, rimuovere il passato.
Il capannone della miniera dove nell’aprile del 1992 sorse il campo di Omarska (e la vicina “casa bianca” dove avvenivano gli interrogatori e le torture) non solo non sono diventati un luogo della memoria come chiede da tempo la comunità bosgnacca… sono piuttosto in via di cancellazione, circondati da bacini d’acqua e cumuli di terra in un criminale intento che unisce la Municipalità e l’Arcelor Mittal (la stessa dell’ILVA di Taranto, tanto per capirci) proprietaria dell’area. Keraterm (una fabbrica di mattoni che fu campo di concentramento anche durante la seconda guerra mondiale e di cui rimane solo la ciminiera) è diventato un centro commerciale. L’Hotel Kozara, a poche centinaia di metri dal grande monumento che ricorda le vittime dell’omonima battaglia nella resistenza al nazifascismo, usato nei primi anni ’90 dai corpi paramilitari come loro base logistica e luogo dove venivano stuprate le donne prelevate nei campi nelle vicinanze di Prijedor, è diventato l’Hotel Monument, un albergo di lusso con tanto di servizio fitness, sale conferenze, appartamenti business. Hanno proprio vinto loro, i signori della guerra che con il paravento dei simboli nazionalisti e delle religioni hanno nascosto il loro ingresso nel mondo del business.

Segni del tempo
Alla scomparsa dei luoghi della memoria corrisponde un disegno di spartizione, di omologazione e semplificazione culturale. Così a scomparire è la Bosnia Erzegovina nei suoi tratti che la facevano diversa, laica e spirituale ad un tempo. Del resto, era nelle loro intenzioni.
Un obiettivo trasversale. Travnik, dove ci fermiamo per una breve sosta alla Lutvina Kahva (il caffè da Lutvo di cui parla Ivo Andrić nell’incipit del romanzo “La cronaca di Travnik”)[4], antica capitale e città natale del premio Nobel per la Letteratura del 1961, è affollata di donne interamente vestite di nero, coperture integrali che non hanno niente a che fare con l’islam endogeno. Sono famiglie dell’Arabia Saudita che da qualche tempo invadono questa parte della BiH, comprando aree e realizzando resort esclusivi, alla faccia di quel sincretismo che aveva saputo far incontrare l’islam ottomano e l’eresia bogomila.
Penso fra me che il vecchio Lutvo si stia rivoltando nella tomba. Ma è forse qui che inizio a cogliere il tratto decisivo di questo mio ennesimo viaggio nella solitudine della politica che ha come oggetto il confronto con alcune delle persone più interessanti che ho incontrato in trent’anni di frequentazione balcanica.
Arriviamo a Sarajevo. Sarajevo la bella, Sarajevo la colta, Sarajevo la raffinata… è messa alla prova, fra omologazione e banalizzazione, fra volgarità e integralismi, fra auto di lusso e miseria. La città che ha saputo resistere a millequattrocentoventicinque giorni di assedio, contrapponendo la cultura alla violenza, sembra ora vacillare di fronte ad un dopoguerra nel quale vengono a galla le dinamiche postmoderne che di quella guerra e di quella atroce sperimentazione sociale erano i presupposti.
Apparentemente e agli occhi di chi incontra per la prima volta questa città, Sarajevo è vivace come sempre e forse anche più di sempre: il richiamo del festival internazionale del cinema, le piazze occupate dagli stand gastronomici e da eventi musicali, il turismo di massa che fa di questa città una delle prime dieci mete nel desiderio di viaggio (non ci sono solo i sauditi ma anche folte comitive di giapponesi), le strade e i locali affollati fino a tardi. Persino l’angolo nei pressi del Ponte Latino sulla Miljacka che vide l’assassinio dell’erede al trono dell’impero asburgico Francesco Ferdinando e della signora Sofia (così di basso lignaggio per il rigido protocollo imperiale da concederle il solo matrimonio morganatico)[5] viene banalizzato con un’auto d’epoca dove farsi il selfie con un signore in livrea d’autista. In quella via, un tempo dedicata a Gavrilo Princip e ora ai “Berretti Verdi”, che cambiò il corso della storia (e che diede il là al massacro di milioni di esseri umani inaugurando il secolo degli assassini), ho la netta sensazione della profanazione e dell’esito degli anni ’90.
Una sensazione che resiste malgrado l’incontro con quella signora d’altri tempi che è Kanita Focak, una delle anime della resistenza all’assedio di Sarajevo ma che ora ai miei occhi sembra un tratto del passato civile di questa città che ben poco ha a che fare con ciò che sta diventando. Il suo racconto ai miei compagni di viaggio della vita nell’assedio è anch’esso una forma di resistenza, ma nonostante il fascino di Kanita (e il riconoscimento e la gentilezza che il personale del Pod Lipom le riserva) sembra destinato all’oblio.
Forse per la prima volta Sarajevo mi appare piegata.

Fra Mostar e Hebron
Un ingorgo di pensieri che il giorno successivo a Mostar trovano il loro filo conduttore. È nel colloquio con Dario Terzić, una delle persone più stimolanti che ho incontrato in questi anni di navigazione in questo pezzo cruciale d’Europa, che prende a dipanarsi la matassa: il cambiamento – dice in sostanza Dario – avverrà non per il volere di qualche istituzione, ma perché s’imporrà nell’adattarsi di ognuno al nuovo tempo.
Tutti ormai riconoscono l’obsolescenza (e l’ingorgo istituzionale) degli accordi di Dayton che portarono alla fine della guerra in Bosnia Erzegovina (e alla sua ridislocazione in Kosovo e Serbia). E ciò nonostante tutti sanno che quella “Costituzione” è intoccabile e che togliere anche uno solo dei mattoni su cui si regge ne farebbe crollare l’intera fragile impalcatura. Così si assiste ad un doppio binario grazie al quale i partiti nazionalisti possono agitare propagandisticamente sovranità e indipendenza e, al tempo stesso, continuare a sorreggersi reciprocamente in una spartizione delle rappresentazioni nazionali. E gestirsi gli affari e la progressiva privatizzazione del paese. Dove le istituzioni e le regole vengono piegate al governo reale.
Ma certo. Non serve dire di no alla proposta di fare della “casa bianca” di Omarska un luogo della memoria, basta farlo sparire da parte di una multinazionale anglo indiana nel nome del rilancio produttivo e del lavoro. Abbiamo già visto a Taranto in quanta considerazione si tiene la salute dei cittadini, tanto che un piano produttivo concordato con il governo può cambiare nel giro di 24 ore in virtù di una trattativa più stringente sul piano delle emissioni inquinanti.
Mentre parliamo con Dario mi viene in mente quando un paio di anni fa ad Hebron, in Palestina, mi fermai lungo una via ad osservare il fervore delle persone, confermandomi nell’impressione che avevo già avuto a Gerusalemme rispetto al fatto che per i palestinesi il problema dello Stato era ormai poco più che simbolico, a fronte di come le famiglie si organizzavano la loro vita a prescindere da quanto le istituzioni fossero in grado di rispondere in termini di servizi, istruzione, relazioni, futuro (in una casa dove viveva una famiglia allargata di settanta persone, c’erano professionalità di ogni tipo, comprese le relazioni internazionali per far studiare i ragazzi all’estero). Se poi lo Stato non offre che burocrazia…

La post-politica
Le istituzioni dunque non servono. Nemmeno i governi, come la vicenda belga di qualche anno fa ci aveva ampiamente indicato, poi imitata nel vuoto di governo durato quasi un anno in Spagna quando pure si registrarono le migliori performance economiche. Quella del giovane Casaleggio con la sua affermazione sull’inutilità del Parlamento non era dunque solo una sparata antipolitica, bensì l’interpretazione di un tempo nel quale istituzioni, servizi pubblici e corpi intermedi semplicemente sono superati. È già così per la sanità in gran parte del pianeta. Un nuovo tratto della postmodernità: la post-politica.
Quando nell’immediato dopoguerra il sindaco mussulmano di Maglaj (nella Bosnia centrale) Mehmed Bradarić aveva dichiarato non graditi i combattenti mujaheddin che intendevano mettere su casa e famiglia nel suo territorio lo aveva fatto per evitare che la tradizione islamica endogena venisse cancellata dalla penetrazione di quella wahabbita. Non aveva ancora compreso che quel pezzo di Europa avrebbe potuto essere comprato da un’anonima finanziaria con sede in un paradiso fiscale piuttosto che a Riad e che avrebbe potuto farlo con tanto di tappeto rosso grazie ad una nomenclatura compiacente desiderosa di intercettare investimenti internazionali.
È peraltro quel che sta avvenendo da tempo per il controllo dell’acqua in Bosnia Erzegovina e nei Balcani da parte delle multinazionali del settore, in Montenegro nelle città che si affacciano sull’Adriatico da parte dei magnati russi che investono nel mattone (il modello Vancouver di Budva) e nei casinò, è quel che hanno fatto i cinesi in Africa (e non solo) comprando la terra e il mare, i nordamericani per il controllo del petrolio e dell’assetto geopolitico (in nome della democrazia e dei diritti umani) in varie parti del mondo. Ma anche un fenomeno moderno come l’ndrangheta in Italia e in Europa. In tutto questo, il confine fra legalità e illegalità diviene sempre più sfumato.
Tutto questo avviene senza alcun freno giuridico-istituzionale, figuriamoci politico. Ci può essere qualche voce di dissenso, che viene però isolata e derisa, “come un tempo la Greta” – dice Dario riferendosi ad una mostarina che per anni faceva da bastian contrario. In quell’espressione “io faccio la Greta” c’è la sintesi della sua solitudine. E, nel contesto di fragilità istituzionale in cui versa la Bosnia Erzegovina, questi processi non fanno che confermare questa terra come uno dei più interessanti caleidoscopi sulla postmodernità.
Ecco perché le istituzioni diventano un orpello del passato. Dayton è intoccabile, ma solo nella sua dimensione formale e nelle finzioni della diplomazia. La realtà è già ben oltre e si nutre di turbo-capitalismo (e cultura neo melodica, ci dice Dario). Dovremmo riflettere sul fatto che i governanti siano sempre più frequentemente miliardari, quasi sempre volgari e ignoranti, che operano nella sfera politica come se fossero al comando della propria azienda. Che i signori della finanza globale (fatta di gruppi di potere ma anche di fondi pensione) con un clic condizionino il destino di miliardi di esseri umani. Che rinascano città come la vecchia Irlam nel Lancashire (non lontano da Manchester)[6] dopo che un magnate delle telecomunicazioni ha deciso di comprarsela e che questo avvenga con l’approvazione dei seguaci di Corbyn e passi pure come una buona notizia (#buonenotizie – Corriere della sera). Che le Fondazioni bancarie stiano sostituendo ovunque il welfare locale e regionale. Che lo sport sia appannaggio pressoché esclusivo di gruppi e cordate finanziarie, le cui finalità sociali sappiamo essere ben lontane dalla salute o dalla qualità del vivere. E che tutto questo avvenga con il consenso di massa.

Hanno vinto loro
Tornando da Mostar verso Sarajevo nei miei pensieri il quadro si ricompone, come i tasselli di un puzzle che ho cominciato a mettere insieme in quel marzo 1996 quando incontrai un criminale di guerra che mi spiegò come il futuro della Srpska fosse quella di un “porto franco” e che non ha ancora finito di prendere forma in questo cuore d’Europa dove la realtà va oltre l’immaginazione e che la politica ha voluto ignorare. Senza comprendere che la deregolazione non conosce confini e che la krčma (la locanda balcanica) ce l’avevamo in casa. Tanto da venirne travolti. Quante lezioni non abbiamo voluto imparare.
Ne parlo con Andrea Rossini che incontriamo a Sarajevo in tarda serata. Per anni redattore di OBC[7] e corrispondente dai Balcani con base proprio a Sarajevo, ora Andrea lavora alla Rai. In questo viaggio ho chiesto alle persone incontrate quali fossero i loro ambiti di confronto e di pensiero, ricevendone una medesima risposta, nessuno o – come ci dice Dario Terzić – con me stesso. Ed è di questo che parliamo con Andrea, del desiderio delle persone più sensibili di andarsene (talvolta da questo mondo), di come lo stesso censimento del 2013 tenda a nascondere una verità ben più dolorosa, le gente se ne va dopo essere ritornata. Hanno proprio vinto loro, nel nazionalismo e negli affari, ed ora anche nel post nazionalismo.

Srebrenica, un luogo dove chiedere perdono
Nel lasciare Sarajevo in direzione di Srebrenica attraversiamo un paesaggio alpino, boschi e pascoli che stupiscono i miei compagni di viaggio. Potrà sembrarvi ossessivo, ma anche questo ha a che fare con la banalità del male.
Ho ancora negli occhi le immagini di questi stessi luoghi nell’immediato dopoguerra, oggetto di una devastazione certosina laddove ogni casa poteva diventare un bottino da intascare o un’adolescente da violare e di cui vantarsi nel branco. Il delirio di onnipotenza descritto nella felicità della guerra[8], del «potersi approvare senza remore e senza dubbi di fronte al perverso nemico»[9], nell’avere nelle proprie mani il potere di vita o di morte. E, con le mine, anche il futuro.
Il contrasto si fa duro, quasi improvvisamente. Dopo aver attraversato la cittadina di Bratunac nella sua cupa normalità, Potoćari (il luogo del memoriale dove sono sepolti i resti delle persone che hanno perso la vita nel genocidio di Srebrenica) ti prende alla gola e non solo chi ci si trova davanti per la prima volta. Fra noi ci sono dei ragazzi poco più che adolescenti e quel che vedono non è un lontano passato, pure da conoscere ed elaborare. È il presente, il loro presente in fondo nemmeno troppo lontano. Mi chiedo un po’ paternalisticamente quale può essere su di loro l’impatto di quelle lapidi, di quei nomi, di quelle date di nascita. Razi e Soheila raccolgono immagini che arrivano più in profondità delle loro telecamere, tanto da faticare a distogliersi dall’esito tragico di una vicenda di cui quasi non avevano sentito parlare, come se le guerre fossero a compartimenti stagni. Margherita piange. Credo che il pianto possa essere non solo liberatorio ma anche responsabilizzante.
A Srebrenica avrebbe dovuto esserci anche l’amico Jovan. Non ce l’ha fatta a raggiungerci in pullman da Belgrado, ma era nelle sue intenzioni visitare il memoriale e portare un mazzo di fiori, lui europeo e cittadino del mondo ma anche serbo. Un gesto semplice che potrebbero e dovrebbero fare in tanti, per il suo valore in sé ma anche per dire che i responsabili di quel massacro erano dei criminali, che i miti e le bandiere sono un inganno della storia, che questo inganno annebbia lo sguardo ed impedisce di fare i conti con il passato. E che chiedere scusa lo dovremmo fare tutti, anche quelli che in quel luglio del 1995 se ne stavano altrove, guardando più o meno distrattamente a quel che capitava in quei luoghi zeppi di storia ma soprattutto di pregiudizi e luoghi comuni.

La solitudine dell’intellettuale
Incontriamo Jovan Teokarevic a Belgrado dove arriviamo con un paio d’ore di ritardo sul nostro programma. Per tutti, tranne ovviamente per chi scrive, è la prima volta nella vecchia capitale di quella che un tempo era la Jugoslavia. Quando manca ancora qualche decina di chilometri dalla grande città, chiedo ai miei compagni di viaggio quel che si aspettano da Belgrado e ciascuna risposta, quand’anche pertinente, si rivelerà ad ognuno di loro un po’ riduttiva. Perché anche i palazzoni del socialismo reale non sembrano fuori posto in questo luogo dove tutto è grande.
Una sosta di dieci minuti in albergo e poi scopriamo Jovan, professore universitario e studioso dei problemi europei, in una nuova veste, quella di brillante ed ironico cicerone attraverso le vie principali del centro di cui ci racconta amabilmente la storia. E mentre ci dirigiamo verso il luogo in cui avremmo dovuto svolgere la nostra conversazione – il Kalemegdan, ovvero la vecchia fortezza e il parco che si affacciano sulla confluenza della Sava nel Danubio – il cielo diventa nero di pioggia. Così rimandiamo al mattino seguente quello sguardo sull’Europa e, vista l’ora tarda ed il tempo cattivo, andiamo direttamente a cena a Zemun, sul Danubio.
Con Jovan siamo amici, in questi anni abbiamo condiviso molte iniziative politiche e formative, ritrovandoci sempre sulla medesima lunghezza d’onda. Ma questa sera lo trovo lontano, un disincanto senza speranza che spiazza anche me. E di questo allora parliamo a tavola, per cercare di ritessere la trama del vecchio comune sentire. Avverto in Jovan la stessa solitudine (o forse anche maggiore) dei miei precedenti interlocutori, laddove anche il rapporto con i suoi studenti sembra non dargli più motivazioni, segnati come ci racconta dal cinico individualismo e dalla mediocrità.
La sua è la descrizione di un paese dove è difficile, per non dire impossibile, rintracciare l’intellighenzia e il pensiero critico che negli anni della Jugoslavia faceva di questa città un centro culturale di prima grandezza a livello europeo e mondiale, dove i lavoratori non hanno più uno straccio di diritti («200 euro al mese e i pannoloni al posto delle pause» ci dice con amaro sarcasmo), dove la prospettiva europea non appassiona più nessuno e il desiderio prevalente nei giovani è quello di andarsene.
Mentre camminiamo lungo il Danubio la notte è fonda. Il disincanto ha preso il sapore della rinuncia, come se la solitudine e il clima avverso rendessero vana anche la nostra testimonianza. Così ci salutiamo. Ci penseranno gli avvenimenti nelle ore successive a ritessere i nostri sguardi. Sì perché al mattino seguente, mentre cerco di parcheggiare con l’occhio rivolto a non perdere nel traffico l’auto di Neri e Sandra per andare a visitare Kalemegdan, lo spigolo sporgente di un marciapiede trancia una gomma del nostro pulmino. Cambiarla con gli attrezzi in dotazione sembra un’impresa anche per Razi, nonostante la sua esperienza con i carri militari in Afghanistan. E allora interviene Jovan che sfodera la modernità della città con l’intervento di un “Mobilni Vulkanizer” che in pochi minuti ci rimette in pista.
Così a Kalemegdan ci andiamo anche con Jovan, riprendendo il racconto di questo viaggio fornendoci altri spunti per comprendere le dinamiche che avevamo cercato di mettere a fuoco: ci mostra le nuove torri del “Belgrade Waterfront Residences” che, con i suoi 72 metri di altezza, si affaccerà sul fiume Sava, sul più grande parco di Belgrado (il Kalemegdan dove siamo) e sull’isola fluviale Ada Ciganlia. A niente – ci dice Jovan – sono servite le proteste dei belgradesi. L’iniziativa in questo caso è degli Emirati Arabi che, come se non bastasse il panorama violato, sembra abbiano ricevuto notevoli agevolazioni dal governo serbo. Penso a quanto siano ridicole le discussioni sulla sovranità in un mondo tanto interdipendente da rendere carta straccia anche i piani regolatori (sempre che esistano). A proposito di postmodernità.
Malgrado tutto questo, lo spettacolo della natura della Sava (che nasce nel massiccio del Triglav in Slovenia) che si riversa nel Danubio (dalla nascita incerta nella Foresta Nera e che via via raccoglie le acque di mezza Europa, comprese quella della “nostra” Drava), lascia tutti a bocca aperta.
C’è solo da sperare che la straordinaria visione europea di questo incontro sia più forte dello scempio della deregolazione globale e dei sovranismi nazionali. Quante volte ho parlato del fascino di questo luogo per descrivere il significato profondo del progetto sovranazionale europeo e mediterraneo… Ma oggi nelle mie stesse parole avverto una profonda distanza dalla realtà.

Confini del nulla
In ritardo sulla tabella di marcia, saltiamo la visita a Novi Sad (la bella capitale della Vojvodina) e andiamo nella piccola Futog dove ci attende un nuovo presidio di Slow Food, questa volta dedicato al cavolo cappuccio. Quel che ci riserva l’osteria Lovac è un’opera d’arte, capace di trasformare con maestria un ingrediente povero in un pranzo di grande qualità. Una metafora forse inconsapevole del “fare meglio con meno”. E al tempo stesso mi chiedo quel che possa valere un cavolo cappuccio (e l’agire umano rivolto al bene comune che lo trasforma) di fronte alla forza travolgente del mercato e del consumo uscita vincente dal XX secolo.
Il nostro viaggio volge al termine. Ma ecco che il presente ci mette di nuovo alla prova. Fino a quel punto i confini ci avevano fatto solo perdere tempo in lunghe code di automobili e camion. Istruttive – soprattutto per chi è nato dopo il 1999 – di quel che significano le frontiere, mix di piccoli poteri, burocrazia e affari, ma nulla di nuovo. Ora misuriamo invece questo tempo che arriva a considerare clandestina la vita di un uomo.
Già in un precedente viaggio nella solitudine della politica[10], nel piccolo posto di frontiera di Port Bou fra la Spagna e la Francia, avevo letto negli occhi di Razi la fatica del vivere da apolide. Il triste rito di potere verso chi è “cittadino del nulla”[11] si ripete a Ilok, al confine fra Serbia e Croatia. «Da dove viene quest’uomo? Dove l’avete raccolto?» Sul suo passaporto non c’è il visto d’entrata perché alla frontiera d’ingresso è bastata la carta d’identità, come ai confini precedenti. Ma è quanto basta per mettere in moto la macchina dei controlli, peraltro improbabile nel giorno di ferragosto. Provo ad alleggerire la tensione, ma inutilmente. Perché nell’animo di Razi ogni volta si spezza qualcosa.
Dopo quasi un’ora di attesa, improvvisamente Soheila esce dal container della polizia con gli occhi di tigre ma con i documenti di tutti e ci fa cenno di mettere in moto. Ci guardiamo bene dal chiederle spiegazioni. Conoscono la vita di frontiera.
Qualche chilometro e siamo a Vukovar, la “fortezza del lupo”. «Vukovar sapeva di morte»[12], scrive Paolo Rumiz. Ventisette anni dopo quell’odore forse non c’è più, così come rari sono i segni di una delle pagine più feroci della guerra degli anni ’90, laddove mesi di assedio l’avevano ridotta ad un cumulo di macerie. Macerie che rimasero lì anche dopo la fine della guerra, come se le autorità croate volessero che quel triste spettacolo funzionasse da monito. La ricostruzione avvenne solo anni più tardi ed ora un distratto e ignaro visitatore potrebbe anche non accorgersi di nulla. Persino la cisterna dell’acqua in riva al Danubio, per anni simbolo dell’assedio, è avvolta dall’impalcatura di un cantiere e fra qualche tempo tornerà ad essere quel brutto oggetto che era prima della guerra.
Eppure i miei compagni di viaggio ne rimangono colpiti, come se la potessero vedere in controluce come io l’avevo conosciuta a metà degli anni ’90. Quello che impressiona, in realtà, è il vuoto, la popolazione non c’è.
Sarà così nel passaggio attraverso la Slavonia, desertificata dall’Operazione Tempesta con la quale i croati, sostenuti logisticamente dagli Stati Uniti, la riconquistarono nel 1995. Le poche auto che s’incontrano sono targate Germania o altri paesi europei, anche qui il ritorno dura il tempo di salutare i vecchi rimasti. Il resto è “za prodaje”, in vendita. È questo l’esito delle guerre fatte in nome del fondo genetico del popolo. Il deserto.
Ne usciamo per imboccare l’autostrada in direzione di Zagabria. Noi però siamo diretti a Varazdin, oggi al confine fra Croazia e Ungheria, un tempo al centro dei processi di conquista e passaggio di popoli, fra nostalgia di ogni patria perduta e il sogno di ogni terra promessa. Quando Crnjanski scrive “Migrazioni”[13] racconta di un tempo – il XVIII secolo – in cui Varazdin (e Pecs) sono il limes fra mondi e imperi spesso in guerra fra loro.
La guerra degli anni ’90 è passata di striscio e i simboli del nazionalismo non sono esibiti. Non è prevista alcuna conversazione né incontro. Siamo qui solo per scoprire una città che mi sono riproposto mille volte di visitare, senza mai riuscire nell’intento.
È notte e le strade sono pressoché vuote, ma al mattino scopriremo un fervore inaspettato nella preparazione degli eventi in programma in questa bella città che ha conservato intatte le sue caratteristiche medievali. Chissà cosa avranno elaborato degli anni ’90, forse solo il togliersi di mezzo quella palla al piede del sentirsi balcanici.
È il giorno del ritorno. Attraverso l’Austria felix governata da un giovanotto di estrema destra che ha vinto le elezioni con un programma contro l’Europa e gli immigrati. Quando descrivo in poche parole il nostro viaggio al ristoratore che mi chiede da dove veniamo mi guarda stupito.
Il cuore dell’Europa visto da qui sembra davvero lontano.

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[1] Bozidar Stanisic, Bon Voyage. Ediciclo editore, 2003
[2] Agenzia della Democrazia Locale, organismo proposto nell’ambito del Consiglio d’Europa per favorire le relazioni fra poteri locali
[3] Il sequestro dei conti correnti fu una delle forme dell’esproprio verso i non serbi della zona.
[4] Ivo Andrić, Romanzi e racconti. Mondadori, 2001
[5] Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno. Adelphi, 1984
[6] Luigi Ippolito, E il magnate comprò una città. #buonenotizie del 21 agosto 2018
[7] Osservatorio Balcani Caucaso – Transeuropa (www.balcanicaucaso.org)
[8] Mauro Cereghini – Michele Nardelli, Darsi il tempo. EMI, 2008
[9] Estanislao Zuleta, Sobre la guerra
[10] Mi riferisco all’itinerario n.7 “Nell’Europa delle autonomie responsabili. Viaggio in Catalunia”
[11] È il titolo di un film di Soheila Javaheri e Razi Mohebi.
[12] Paolo Rumiz, Maschere per un massacro. ER, 1996
[13] Milos Crnjanski, Migraziomi. Adelphi, 1992

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