Preparazione al viaggio: la tappa milanese

«È un fenomeno sempre più rilevante: pezzi interi della «generazione perduta» cercano rifugio e possibilità in montagna. Costretti da una crisi e da una precarietà infinite, uomini e donne si spostano fuori dalla città, in un complesso movimento migratorio «al contrario», tutto da scoprire e interpretare. Nascono così progetti di vita innovativi, basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla green economy e sulla soft economy. Nascono nuove storie e nuove creatività. Vecchi borghi vengono ripopolati. Antiche strade vengono risvegliate».

Maurizio Dematteis, Via dalla città

 

Mentre attraversiamo la periferia sud di Milano, fra nuovi insediamenti urbani e quel che rimane di vecchie aree rurali, ci chiediamo come si possa invertire questa follia che sotto ogni latitudine porta milioni di esseri umani a concentrarsi in agglomerati dove la qualità del vivere non ha proprio cittadinanza. E’ una domanda che in questa nostra avventura (il viaggio nella solitudine della politica) ancora solo evocata ed in via di preparazione sembra riemergere in continuazione. Ne abbiamo parlato a Torino con Marco Revelli a proposito delle “Scuole del ritorno” (http://retedelritorno.it/), ne parlo a Milano con Mario Agostinelli che mi racconta di un’esperienza pugliese nella quale i giovani ritornano ai vecchi mestieri rivitalizzando antichi borghi semi abbandonati, se ne parla a Trento nell’ambito del festival “Greenweek” con la presentazione del libro di Maurizio Dematteis “Via dalla città” (Derive/Approdi edizioni).

Perché uno dei cambi di paradigma di cui andremo parlando in questo viaggio sarà proprio quello di riconsiderare il rapporto fra città e montagna (campagna, valli, entroterra…), anche in considerazione che nell’interdipendenza le distanze sfumano, centri e periferie si sovrappongono. In un tempo poi dove il lavoro tradizionalmente inteso sarà sempre meno e nel quale il problema sarà la redistribuzione (e la riqualificazione) del lavoro esistente, occorre necessariamente riscoprire ed inventarsi nuove forme di occupazione nelle quali l’autoproduzione e la cura – nel loro sfuggire a logiche di tipo mercantile – ci aiutino nella qualità del vivere. Il che non è affatto estraneo alle caratteristiche del nostro abitare e alla capacità di recuperare un rapporto virtuoso con la natura. E senza che questo significhi viversi ai margini tanto sul piano delle relazioni che dei processi sociali e culturali.

Ne parliamo anche nel nostro primo incontro della giornata milanese con Mauro Ceruti, filosofo e teorico del pensiero complesso, professore ordinario di Filosofia della Scienza alla IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) di Milano, saggista e tante altre cose fra le quali senatore della Repubblica nella scorsa legislatura per il Partito Democratico. Con Mauro un confronto che dura da quando presentammo a Trento il libro “Solidarietà o barbarie” insieme all’amico Ugo Morelli nell’aprile di ventitré anni fa. La giornata assolata ed il cielo incredibilmente terso per Milano attenuano in qualche modo l’oppressione di un vivere in un ambiente divenuto artificiale e nel quale tutto ormai ruota attorno al valore di scambio, ovvero al mercato e alle sue logiche. Che diventa l’unico orizzonte immaginabile per i giovani che frequentano l’Università alla ricerca di un qualche futuro.

Con Mauro c’è un forte sentire comune. Anche a partire dalle nostre esperienze personali ci rendiamo conto di quanto la dimensione politica organizzata sia lontana dalla necessità di essere presente a questo tempo, tanto sul piano di dotarsi di nuove chiavi di lettura quanto nel venir meno in seno alla politica di una comunità viva di pensiero. Alla nascita del PD Mauro Ceruti coordinò il folto gruppo di intellettuali incaricati di redigere la Carta dei Valori del nascente PD, le cui tracce si sono smarrite nelle maglie di una politica che ci appare su un’altro pianeta. Uno smarrirsi di cui Mauro è stato testimone anche nell’esperienza parlamentare, nella difficoltà di dare cittadinanza a nuovi approcci e a nuove visioni tanto che, conclusasi quell’esperienza, ha pensato bene di non rinnovarne l’adesione. Senza sbattere le porte, semplicemente prendendo atto che del suo contributo quel partito non sapeva che farsene. Qualcosa che ho provato in prima persona, ad arricchire le nostre sintonie.

Con Mauro parliamo del “viaggio nella solitudine della politica” e la sua reazione è molto positiva, condividendo che un lavoro di emersione delle esperienze che sui territori provano a far vivere approcci politico culturali diversi possa essere una strada possibile per gettare basi diverse, per usare l’espressione di Edgar Morin (con cui Mauro collabora da anni), di un “nuovo racconto globale”. Una dimensione “creativa”, che appare ben diversa dall’alchimia autoreferenziale che fa nascere dall’alto nuovi contenitori di vecchi contenuti. E, nei limiti del possibile, partecipando in alcuni degli itinerari in cui il viaggio è articolato.

Dalla IULM ci trasferiamo alla Cascina Cuccagna (www.cuccagna.org), un luogo settecentesco recuperato alla comunità, come a resistere verso l’incedere di quell’urbanistica senz’anima che riempie le aree di vecchi insediamenti con nuovi palazzi di cemento armato, acciaio e vetro. Un luogo bello non lontano da Porta Romana, oggetto negli anni scorsi di una ristrutturazione ben curata che ne ha conservato l’identità rurale, nel quale trovano ospitalità iniziative sociali, cooperative e private che guardano alla qualità e che, come mi dice l’amico Rino Messina che ne è il vicepresidente, pure fanno fatica a renderla autosostenibile. Qui ci incontriamo, insieme a Rino, con Emilio Molinari e Mario Agostinelli, due padri nobili della sinistra milanese ma non per questo meno soli. Storie personali e politiche così intrecciate fra mondo del lavoro e ambientalismo che hanno attraversato quella città, quel territorio regionale e questo paese negli anni della loro metamorfosi. Un cambiamento profondo e quel che sono diventate, in effetti, non è ancora chiaro. Sanno quel che non sono più e temono l’indecifrabilità di quel che stanno diventando.

Emilio e Mario saranno parte del nostro viaggio, mettendo a disposizione competenze, conoscenze e contatti nei due o tre itinerari che passeranno da qui, quelle terre alte alpine che oggi soffrono l’ingerenza di un modello di sviluppo dove sono le grandi città a governare il territorio, quel triangolo industriale (Milano, Torino, Genova) senza più le grandi industrie che l’hanno plasmato, quella valle del Po che fatichiamo a chiamare Padania e che ancora non trova risposta allo spaesamento che l’ha abbruttita e incattivita. E forse anche oltre, lungo gli itinerari di un viaggio che indagherà nuove geografie politiche e territoriali. Insieme ad altri sguardi, incrociando generazioni e visioni, che con Federico Zappini stiamo incontrando e coinvolgendo.

Così qualche giorno dopo vediamo a Trento Aldo Bonomi, che della ricerca sul territorio ha fatto la sua professione, e Maurizio Dematteis che dell’associazione “Dislivelli” (www.dislivelli.eu) è uno dei giovani animatori. Saranno della partita. Non è ancora iniziato, ma questo strano viaggio nel cambio dei paradigmi si promette davvero interessante.