Un tempo avevo una certa speranza.

Lettera di Zenone Sovilla

Carissimi, grazie della sollecitazione intellettuale di Zifr.
Vi scrivo due righe, sulla scia di quanto ho ascoltato nell’utile incontro fra esperienze diverse, a Belluno.
Vi confesso che vivo una certa disillusione alla quale tuttavia si accompagna un sentimento profondo di voler testardamente tentare di essere in qualche modo speranza (più che avere speranza…).
Un tempo avevo una certa speranza.
Anni Ottanta, militanza antimilitarista e nonviolenta: l’idea che in un futuro non troppo lontano gli eserciti e le guerre sarebbero scomparsi dalla storia dell’umanità. E invece, poco dopo, nuove guerre anche in Europa, nei Balcani.
Anni Ottanta, militanza ecologista, fondammo anche a Belluno una lista verde. L’idea che un territorio alpino, come qualcuno diceva nell’incontro di ieri, potesse farsi protagonista di una storia nuova, fuori dal paradigma dato.
Che una città e una provincia potessero tentare di sfidare la crisi (ecologica e umana) con scelte radicali, farsi laboratorio di un altro possibile (nella mobilità, nell’organizzazione del vivere comune, nella cura dei beni di tutti, nell’essere natura, nel modello di impresa).
Lo scorrere del tempo ha raccontato che evidentemente troppi sono i conflitti, le miopie e gli interessi in campo per poter disegnare lo spazio di questa sfida, anche in un microcosmo che riesce ancora a parlare guardandoti negli occhi.
Questo fallimento mi sembra conclamato almeno sul fronte della (necessaria) sintesi istituzionale che è largamente mancata (salvo e parzialmente eccezioni come l’istituzione del parco nazionale Dolomiti bellunesi).
Ci siamo ritrovati piuttosto a rincorrere emergenze più che a sperimentare sul terreno idee fuori del paradigma.
Lotte civili, finora vittoriose, per fermare i ricorrenti tentativi di prolungare l’autostrada verso l’Austria.
La battaglia popolare dell’acqua per frapporsi al dilagare del business (incentivato) delle miriadi di centrali che devasta l’ecosistema fluviale delle Dolomiti (insieme all’uso smodato a fini irrigui nelle vaste colture della pianura veneta).
La mobilitazione per fermare un processo agricolo che importa il modello delle monocolture intensive.
Come spesso accade in quest’epoca, si è costretti a giocare in difesa, molte energie sono costrette a canalizzarsi per fermare processi distruttivi, mentre potrebbero dispiegarsi più pienamente nella costruzione di un modello alternativo: il sistema di potere ha anche questo effetto perverso per difendere il suo paradigma e le sue élite.
Ciò nonostante, più o meno a macchia di leopardo e con le energie residue, molti cercano di pensare e di costruire un modello più sensato, coerente, dolce.
Qui mi piace osservare, forse contraddicendo in parte alcune opinioni ascoltate domenica, che si sono ottenuti risultati importanti grazie alla collaborazione e all’unione di diversità, anche nelle battaglie che ho menzionato.
Il comitato Acqua bene comune ha raccolto un’infinità di adesioni che hanno dato forza e favorito risultati storici, come lo stop alla diga di Chicco Testa in valle del Mis (torrente che unisce Trentino e Bellunese, bytheway).
La mobilitazione per la campagna Liberi dai veleni altrettanto, con un risultato straordinario quale la messa al bando dei pesticidi pericolosi già formalizzata da numerosi Comuni, capoluogo compreso.
Quest’ultima vicenda, in particolare, mostra che un’azione popolare può far breccia nelle istituzioni rappresentative, che c’è una dimensione di osmosi e di possibile conquista di spazi concreti di potere. In questo caso il potere di difendere la salute, l’ecosistema, il paesaggio, il senso di una comunità.
Le serate affollate di gente per presentare il regolamento e la campagna testimoniano di un tessuto sociale vivo.
Anche l’eterna querelle autostradale, peraltro, ha catalizzato sensibilità e collaborazioni.
Poi ci sono molte altre storie, di battaglie difensive ma anche di proposte di correttivi, (s)cambio di sguardo sulla realtà, promozione di conoscenza, immaginario e sperimentazione di modelli economici e sociali, per esempio in ambito agricolo e turistico.
Talvolta con e talaltra malgrado le istituzioni.
La mia impressione è che la provincia di Belluno presenti una rete interessante di sodalizi e persone che si spendono nel nome di un’idea di bene e benessere comune; capisco che relazionarsi fra realtà diverse può anche risultare complicato, ma è una fatica necessaria e inevitabile.
A me sembra che molti la stiano facendo molto volentieri, consapevoli del senso che ha questo faticoso esserci per sé e per gli altri, nel nome di idee giuste (ricordate l’ultimo biglietto di Alex?).
Potrebbero, queste visioni frammentarie, trovare una sintesi dentro un percorso locale di liberazione dal “paradigma”, un percorso dialogante, aperto verso i territori vicini?
Sono convinto che la risposta è sì.
E qui credo però che, così come su vari fronti è necessario fare breccia nelle istituzioni municipali, sia necessario immaginare una casa di tutti e con tutti all’interno della quale poter costruire gli strumenti anche legislativi per aiutare la spinta dal basso per un progressivo ri-orientarsi della convivenza, del contesto produttivo, dell’impegno per vivere in e con la montagna.
Provincia autonoma? Possiamo chiamarla anche federazione delle comunità dolomitiche, ciò che conta è comprendere a quale punto sia la consapevolezza dell’urgenza di trasferire potere (e risorse) dai livelli (purtroppo) gerarchicamente superiori (Regione e Stato) a quello territoriale per costruire un coordinamento di area vasta, una rete che catalizzi il contributo di tutti i territori verso una sintesi, in continuo divenire, orientata al benessere comune e diffuso.
Credo che le innumerevoli presenze di impegno civile cui ho accennato solo in parte poco fa siano una forza innovativa e carica di energie nelle nostre vallate: credo che un percorso di «autonomia» non possa prescindere dalla consapevolezza attiva di queste anime delle comunità bellunesi.
Considero l’autonomia innanzitutto un’assunzione di responsabilità, dunque un risultato della consapevolezza di sé e della propria forza.
Assunzione di responsabilità nei riguardi del territorio in cui si vive, delle zone vicine, del resto del mondo.
Empatia e solidarietà sono le fondamenta. Apertura, non chiusura.
Autonomia responsabile e solidale è per me un esercizio continuo che ti chiede alternativamente di alzare lo sguardo e di abbassarlo verso il tuo microcosmo con la forza della visione e della sensibilità che si alimentano. Una condizione di ascolto e di protagonismo.
Nella regione Dolomiti ho la netta impressione che pochi alzino veramente lo sguardo, almeno nel mondo istituzionale.
A Trento qualunque appello, impegno, contatto, riflessione cade nel vuoto di un mondo politico avvitato su se stesso, totalmente impermeabile a questa visione; fermo su un binario morto.
A Bolzano, un mondo a parte che probabilmente vorrebbe fare tutto da solo (il che rende più evidente la miopia e la pochezza della classe dirigente trentina quando ignora scientemente la questione dolomitica).
A Belluno probabilmente nelle istituzioni ci credono davvero in pochi (forse visto il contesto hanno ragione).
Perciò, al momento resta soprattutto l’essere speranza dei movimenti popolari, anche nella ricerca di un percorso di autonomia solidale, responsabile, innovativa. Mi conforta prendere atto che fra le persone, invece, l’idea di unire le nostre forze attraverso le vallate e le province è subito còlta con interesse e empatia. In fondo, è giusta…

Zenone