La necessità di un racconto creativo

Ci spostiamo a sud est, in direzione di Formigine. I colori della pianura sono affascinanti ma le strade interne sono dissestate e qualche ponte chiuso (siamo nell’area del terremoto del 2012), il che ci induce a prendere l’autostrada in direzione Modena. Siamo un po’ in ritardo sulla nostra tabella di marcia e quindi la velocità prende il sopravvento sulla lentezza. E’ proprio sul rapporto fra velocità e lentezza che intendiamo soffermarci nella serata-confronto con il sindaco di Maranello, Massimiliano Morini, che si svolge ai magazzini San Pietro nel cuore di Formigine, sapientemente trasformati dall’estro di Luigi Ottani e di Roberta Biagiarelli in uno “spazio asimmetrico per idee sopra le righe”, come l’hanno definito.

Quando con Luigi e Roberta ho parlato di questo itinerario “padano” e della possibilità di passare di qui, nella terra dei motori, chiesi loro quali fossero le ragioni per le quali la Ferrari si è realizzata in questi borghi e non altrove. Nella risposta di Luigi c’era il racconto di un luogo, dove ogni contadino sapeva mettere mano al proprio trattore. Un sapere antico, che nel tempo ha coniugato la tradizionale lentezza delle stagioni con l’estro geniale dei meccanici come il padre di Luigi. In realtà, nella piacevole conversazione con il sindaco di Maranello non parliamo tanto della “rossa” quanto piuttosto di questo tempo e del “dove stiamo andando?”, nel vuoto di futuro che segna anche comunità ricche come questa. Del fatto che quando gli abitanti perdono la memoria di sé, come scrive Salvatore Settis[1], le città muoiono. Dei segni che non sappiamo leggere e delle esperienze dalle quali non sappiamo imparare. Dell’insostenibilità dei nostri stili di vita e di un modello di sviluppo che invece di crescere dovrebbe saper rallentare e riqualificare. Della solitudine della buona politica e di quella di Francesco, papa inascoltato dalla stessa sua gente, in guerra spesso senza saperlo contro il prossimo.

Fra le persone che seguono questo inusuale confronto ci sono alcuni degli insegnanti di Modena che ho recentemente accompagnato in un viaggio di studio nei Balcani, evidentemente coinvolti dal mio racconto sul presente da venire sin qui per dare seguito anche a quella conversazione… fili che si annodano per cercare strade percorribili di cittadinanza responsabile. Ed è proprio lì, in un racconto che la sinistra non sa più proporre, che forse possiamo rintracciare il bandolo della matassa. All’incontro partecipa anche la sindaca di Formigine, Maria Costi, che ci ringrazia per questa boccata d’aria fresca nel vuoto di visione del presente.

Nel dirigerci verso la regione che più di ogni altra ha subito gli effetti dello spaesamento, attraversiamo il Polesine, quella “bassa” che nel novembre del 1951 conobbe una delle più grandi tragedie ambientali del secondo dopoguerra, la grande alluvione (video). Ne parlo con l’amico Razi, regista di origine afghana che ci accompagna in questo viaggio raccogliendo le immagini dei nostri incontri e delle terre che attraversiamo. Razi non riesce nemmeno ad immaginare come questa terra fertile e tranquilla abbia potuto trasformarsi in un mare di fango di 1.400 km quadrati, una tragedia che portò tante famiglie ad andarsene da questi luoghi, aggiungendo dolore a dolore. Sta seguendo questi nostri itinerari cogliendone il valore creativo, perché – mi dice – “la politica è creazione”. Non produzione di cose, ma creazione di relazioni, di scenari e di contesti che possano aiutarci ad affrontare il presente. Il suo sguardo di artista e di uomo che viene da altri orizzonti è imprevedibile e stimolante.


[1]Salvatore Settis, Se Venezia muore. Einaudi, 2014

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