Artificialità e salute della mente

Riprendiamo il flusso dell’autostrada verso Preganziol e poi ci infiliamo nell’ordinario disordine di un modello di sviluppo che fra strade e capannoni ha trasformato questa terra in un’immensa infrastruttura logistica capace di divorare il territorio e con esso l’immaginario collettivo, quasi fosse normale vivere in un mondo tanto artificiale e inguardabile.

«Ora – diceva Andrea Zanzotto – tutta questa bruttezza che sembra quasi calata dall’esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato, “sottile” sia nella sua parte più selvatica come le Dolomiti, sia in quella più pettinata dall’agricoltura, non può non creare devastazioni nell’ambito sociologico e psicologico. Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale»[1].

Approccio che salendo verso l’area pedemontana si estende per l’appunto anche all’agricoltura dove prolifera a macchia d’olio la monocoltura del prosecco, nuovo mantra per “far schei” tanto da far immaginare a qualcuno una legge regionale per autorizzare il trattamento chimico con gli elicotteri. La quantità prima della qualità: un modello di sviluppo che ben conosciamo e destinato al fallimento.

Quando raggiungiamo Pieve di Soligo è tarda sera e proprio nell’infilarci nel vecchio albergo che casualmente abbiamo prenotato nella piazza principale del borgo trevigiano ci rendiamo conto di quanto avesse ragione Zanzotto e di come lo spaesamento possa essere persino dentro i luoghi e le cose. Alfred Hitchcock avrebbe potuto ambientarci “Psyco”. La pioggia che ci accoglie al mattino non aiuta a vedere le cose diversamente.


[1]Andrea Zanzotto, In questo progresso scorsoio. Conversazione con Marzio Breda. Garzanti, 2009