Autonomia, quel cambio di sguardo che serve all’Europa

di Michele Nardelli e Federico Zappini

La questione catalana sembra essersi incagliata nella storia del Novecento. Se non sapremo proporre un approccio diverso, indicare nuovi scenari, immaginare paradigmi inediti, sarà ben difficile disincagliarla. E se l’orizzonte di ciascuna delle parti (ma anche dell’Europa e a ben vedere di ognuno di noi) rimane ancorato ai concetti di sovranità da un lato e di autodeterminazione dall’altro, sarà difficile venirne a capo. Può infatti sembrare paradossale, ma nella contrapposizione sulla Catalunya i principali protagonisti la pensano sostanzialmente allo stesso modo.
La situazione non è poi così diversa da ciò che avvenne nel 1999 nella crisi del Kosovo, oggi silenziata ma non per questo risolta, tanto è vero che per il diritto internazionale il Kosovo è ancora una regione della Serbia nonostante la sua indipendenza sia stata riconosciuta da 114 Paesi.

Vent’anni dopo lo scenario non cambia, o è forse addirittura più preoccupante. Lo Stato spagnolo a rivendicare il principio di sovranità e di intangibilità dei confini nazionali (non a caso la Spagna è tra i paesi che non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo) e l’autorità catalana ad affermare il diritto all’autodeterminazione e dunque alla formazione di un nuovo Stato sovrano. E, come allora, nella cornice dei paradigmi di un diritto internazionale che andrebbe rivisto e aggiornato, a prevalere è il “diritto della forza”.
La questione, e non solo in punta di diritto, non può essere considerata – come qualcuno afferma per lavarsene le mani, con l’atteggiamento disattento e superficiale di chi dalla tribuna osserva lo svolgimento di una partita – interna alla Spagna. Va invece ben oltre quei confini e non solo per effetto dell’interdipendenza e dei flussi globali che impattano su frontiere, fragili e sempre più militarizzate, e territori, spaesati come lo sono i loro abitanti. Ci parla infatti della crisi degli stati nazionali e, come se non bastasse, delle forme di rappresentazione politico/istituzionali.

In queste giornate convulse, che rischiano di scorrere con eccessiva velocità di fronte ai nostri occhi rischiando di privarci del necessario tempo per l’analisi e l’approfondimento, abbiamo potuto osservare la crisi catalana e il palcoscenico europeo da diverse angolature, ciascuna delle quali di particolare interesse. Da Sarajevo e da Milano, da Pieve di Soligo e da Trento, nostro punto di osservazione quotidiano.

Essere nella città martire di un assedio durato quasi quattro anni in nome delle radici cristiane dell’Europa (anche se ben più prosaiche e criminali erano le ragioni vere di quella guerra che superficialmente abbiamo chiamato etnica) il primo di ottobre – ovvero nel giorno del referendum per l’indipendenza catalana – aveva un particolare significato, quasi a riavvolgere un tragico film già visto all’inizio degli anni ’90 e dal quale sembra non abbiamo imparato niente.

Altrettanto simbolico è stato trovarsi nella marca trevigiana, nella città di Andrea Zanzotto, il poeta che più di ogni altro ci ha raccontato dello spaesamento e della metamorfosi di un territorio e della sua gente. Eravamo lì il 22 ottobre, nel giorno della consultazione per l’autonomia di Lombardia e Veneto, a riflettere di federalismo e di autogoverno con chi in questi anni ha cercato con grande fatica di sottrarre queste parole alla banalizzazione dell’egoismo. Consapevoli che l’Europa o sarà l’incontro federativo e solidale dei popoli che nei loro attraversamenti di mari e di terre hanno costruito un’identità che non può che essere in divenire, o non sarà.

O, ancora, da una metropoli europea dai tratti moderni e innovativi come Milano che prova ad interrogarsi nell’ottica di una cittadinanza sovranazionale e cosmopolita, fra le luci della riqualificazione urbana e le ombre di ritmi frenetici che poco hanno a che fare con l’inclusione sociale e la solidarietà e molto con una sfrenata competitività. Fra l’orgoglio di un autogoverno senza neppure le prerogative formali dell’autonomia e il disagio di essere capitale di una regione che guarda a Milano quasi con sospetto, come se non la rappresentasse. In fondo una condizione non tanto diversa da Barcellona.

E infine da Trento, terra di sperimentazione avanzata di autogoverno eppure in crisi proprio nei tratti che di questa anomalia positiva sono stati i presupposti sociali e culturali, laddove ci si rende conto che l’autonomia integrale richiede un surplus di capacità di innovazione e di responsabilità, ovvero di classe dirigente diffusa. Vale per la cooperazione e per il mutualismo, per le categorie sociali e del lavoro, per il volontariato. E vale anche per l’esercizio dell’autonomia laddove a partire dall’implementazione del Secondo Statuto avremmo dovuto immaginare che il Terzo fosse rivolto a Bruxelles piuttosto che a Roma. Un cambio di paradigma, insomma, capace di aiutarci ieri come oggi a scrivere una pagina inedita per questa terra.

Da ciascuno di questi quattro angoli visuali abbiamo avuto conferma che il tema da mettere sul tavolo è la crisi degli Stati nazionali, inadeguati tanto ad affrontare le grandi sfide globali del nostro tempo quanto ad interloquire con l’inquietudine dei territori attraversati dalle conseguenze di una globalizzazione che è sinonimo dell’onnipotenza dei mercati e dell’invasività dei poteri finanziari anziché di un nuovo umanesimo e di una nuova cittadinanza planetaria.
E’ in questo crocevia fra il globale ed il locale – tanto conflittuale nel presente, quanto potenzialmente generativo nel futuro – che dovremmo mettere alla prova l’eresia federalista. Come un fiume carsico, il federalismo rinasce nonostante l’oblio al quale è stato condannato dal delirio degli stati-nazione che ha tragicamente tratteggiato il Novecento fino ai giorni nostri. E con il quale facciamo fatica a fare i conti, continuando a confondere identità culturali e stato di diritto.

Ed è proprio nel far fronte alla crisi attuale dell’Europa, in fondo l’unica vera risposta politica al nazionalismo che ha disseminato il secolo scorso di guerre e di morte, di leggi razziali e di campi di concentramento, che l’idea del federalismo come «dottrina sociale di carattere globale fondata sul concetto di autonomia» potrebbe riemergere come progetto democratico capace di sfidare i sovranismi e i populismi di stampo plebiscitario.
Che di questa idea si sia talvolta fatto scempio, interpretandola in chiave localistica ed egoista, lo si deve al fatto che, in maniera trasversale rispetto ai tradizionali schieramenti politici, il paradigma dello stato-nazione incombe sul nostro presente. Non è affatto casuale che chi cercò, nel pieno della seconda guerra mondiale con il Manifesto di Ventotene prima e con il federalismo europeo successivamente di andare oltre il nazionalismo e il totalitarismo, fu costretto alla marginalità e al silenzio.
Dopo qualche anno in cui questa parola è stata declinata in privilegio, tanto da mettere in discussione – con il tentativo di cancellare il Titolo V della Costituzione – quel po’ di regionalismo faticosamente introdotto nel nostro ordinamento, oggi si torna a parlare di autonomia.

E’ un fatto positivo e faremmo un grave errore nel lasciarla cadere, o nel lasciarla nelle mani di chi rivendica “primatismi”. L’autonomia è infatti parte integrante di una straordinaria tradizione di autogoverno fatta di gestione comunitaria dei beni comuni e delle proprietà collettive (e delle Regole), di partecipazione e di assunzione di responsabilità, di mutualismo e di solidarietà, di valorizzazione dei territori e delle loro unicità, ma rappresenta altresì la possibile risposta verso una globalizzazione che distrugge le biodiversità e impone omologazione. Certo, non basta evocarla. Richiede un nuovo racconto.
La destra populista ne possiede uno. E’ facile perché semplificato: “Prima noi”. E’ l’idea che una parte dell’umanità debba essere condannata alla marginalità. E’ la riproposizione dell’ipocrisia novecentesca fondata sull’idea di crescita infinita e stili di vita non negoziabili per alcuni (noi) e la riduzione a “scarto” degli altri. Una logica insostenibile e autodistruttiva.

All’opposto, serve un racconto inedito perché capace di interrogarsi sulla nostra impronta ecologica e sulla cultura del limite, di ripensare i bisogni ed il lavoro per soddisfarli, di far tesoro del passato, di costruire relazioni come condizione per stare al mondo, di reimmaginare i nostri stessi assetti istituzionali adeguandoli ad un tempo insieme sovranazionale e territoriale a cominciare dalla cittadinanza europea e mediterranea. Un racconto cui corrisponda un cambio culturale e nei comportamenti delle persone prima ancora che sul piano giuridico/legislativo.
L’autonomia richiede oggi un cambio di sguardo e l’assunzione della consapevolezza che ognuno di noi porta dentro di sé il tempo del mondo.

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