Nel limes catalano, che ci parla di noi – Diario del viaggio in Catalunya

Itinerario catalano. Un diario di viaggio nelle contraddizioni di un’Europa che deve imparare ad ascoltarsi

di Michele Nardelli
«Come può l’Europa farsi carico della questione catalana? Ascoltando la Spagna. Non il governo di Madrid, ma la realtà di questo paese…».
Nelle parole di Alexis Rodriguez Rata, giovane studioso di Altiero Spinelli che incontriamo al Museo del Mar in una Barcellona battuta dalla pioggia, c’è forse l’essenza dei giorni di immersione nella questione catalana.

Per comprendere – se ancora non l’avessimo capito – che siamo di fronte a una crisi europea, che l’Europa ha scelto di non ascoltare e di non vedere per timore che i nodi che la vicenda catalana pone non contagiassero un continente ritornato preda di vecchi e nuovi nazionalismi.
Un’agenda fittissima di incontri, tanto fitta da non riuscire ad assolvere l’agenda di lavoro che ci siamo dati e quelli che nel corso della nostra visita si andavano proponendo, cui cerchiamo di rimediare con una serie di interviste a lato dei nostri appuntamenti che andranno ad arricchire successivamente il racconto del viaggio.
Voci diverse, intellettuali, esponenti politici o della società civile, militanti federalisti ma anche indipendentisti, per capire le posizioni in campo e dare voce a quelle realtà che, malgrado il radicalizzarsi dello scontro, lavorano per cercare vie d’uscita da una situazione bloccata e – in assenza di soluzioni politiche – destinata a degenerare.
Soprattutto se la risposta alle istanze indipendentiste è quella giudiziaria e repressiva. Così, proprio nei giorni della nostra visita a Barcellona, l’arresto di cinque esponenti della Sinistra Repubblicana di Catalunya (partito indipendentista che alle ultime elezioni ha avuto il 21,4% dei voti) per reati connessi all’organizzazione del referendum per l’indipendenza, riaccende la tensione già alta per il fatto che da mesi l’intera giunta della Generalitat (il governo catalano) è in galera o in esilio, tensione che salirà alle stelle con l’arresto in Germania del presidente Puigdemont.
È davvero incomprensibile la superficialità con la quale il governo spagnolo di Rajoy ha imboccato la strada dello scontro totale, se non per cavalcare un’opinione pubblica che mal digerisce l’indipendentismo catalano. Il fatto è che radicalizzare la situazione sul piano giuridico e repressivo (non escludendo dunque quello militare) taglia i ponti di un dialogo senza il quale gli esiti sono davvero imprevedibili. Insomma, si gioca col fuoco.
Così come sull’altro fronte è stato da irresponsabili spingersi fino alla proclamazione dell’indipendenza (seppure nella formula ambigua della sospensione dell’esito referendario) senza essersi prima interrogati sulle vie d’uscita (ovvero le soluzioni più avanzate di autonomia) così da arrivare al paradosso che l’esito dell’indipendentismo ha determinato il commissariamento della Catalunya e l’azzeramento del suo statuto autonomistico.
Una polarizzazione fra nazionalismi che porta alla riduzione del dibattito pubblico sulle grandi questioni del nostro tempo alla questione dell’indipendenza, ovvero al paradigma dello stato/nazione, ingombrante eredità del Novecento.
In assenza di un cambio di paradigma e a fronte di una globalizzazione che nella sua dimensione finanziaria riduce il campo dell’agire umano a semplice comparsa, il tema del simbolico diviene cruciale, qualcosa dell’immaginario cui aggrapparsi e che proprio per il suo carattere evocativo diventa potente. Come l’identità vissuta in sottrazione, come la nostalgia per qualcosa che non si è mai conosciuto.
Quello stesso simbolico che, seppure in forme diverse, irrompe anche da noi come a compensare quel vuoto di pensiero che ci fa leggere il nostro tempo con lenti sfocate, onda lunga di un altro tempo ancora non elaborato. O che ci fa prendere lucciole per lanterne, perché è questo che vogliamo, rimanere fermi dentro uno schema rassicurante dove è chiaro chi sia nel giusto e chi no. Tanto da non farci riconoscere il veleno del “prima noi”.
Quanto si sente qui in Catalunya (qui in Europa, potremmo dire…) il vuoto di elaborazione di quel che è accaduto nel suo cuore balcanico negli anni Novanta! Avremmo dovuto far tesoro di quella storia, di quella sfera di cristallo come un drammatico ma nitidissimo caleidoscopio sul nostro presente.

La variante spagnola del sovranismo
È in questo incrocio di sguardi che misuriamo l’efficacia del nostro viaggiare. E, come spesso accade in questo nostro lungo viaggio attraverso le regioni e i tanti limes di un’Europa in crisi e di un Mediterraneo violentato nella sua profonda natura di spazio in comune dalla tragedia quotidiana che vi si consuma, proviamo ad essere “presenti al nostro tempo”.
In questa occasione la nostra navigazione avviene con dei nuovi compagni di viaggio che almeno in parte abbiamo incrociato nell’incontro di Pieve di Soligo a conclusione dell’itinerario “padano”. Vengono dalle province venete dove l’autonomia è un’aspirazione lontana e oggi più di ieri a matrice leghista. E, almeno in buona parte, dall’esperienza di un partito come quello democratico nel quale l’impianto federalista è drammaticamente rimasto nella penna degli autori di una Carta dei valori di cui oggi si è smarrita ogni traccia. Ragioni per cui la loro presenza ci riporta alla frustrazione di chi prima ha avuto a che fare con l’egoismo ammantato di federalismo del “Roma ladrona” ed in seguito con l’autonomia senza responsabilità del “prima noi”.
Steven Forti e Marcello Belotti, le persone che ci hanno aiutati a costruire questo itinerario catalano, ci accompagnano negli incontri con luoghi e persone che, al di là di quel che possiamo o meno condividere, ci offrono altrettanti spaccati di una realtà complessa dove il passato e il presente incombono ed il futuro, anche quello prossimo, è difficile da decifrare.
Steven Forti è un trentino d’origine che da quindici anni ha messo radici nella capitale catalana. Lavora come professore di storia contemporanea all’Università Autonoma de Barcelona ed il racconto che ci propone nell’introdurci agli incontri che seguiranno è una efficace chiave d’accesso, per comprendere la complessità catalana, laddove le ragioni e la passione dei nostri interlocutori potrebbero farci deragliare.
Tre gli aspetti che Steven sottolinea di una crisi le cui responsabilità sono tanto del governo Rajoy quanto del gruppo dirigente indipendentista: la profonda frattura nella società catalana; il riemergere del nazionalismo spagnolo in tutta la Spagna; il paradosso di una rivendicazione di indipendenza che in realtà ha prodotto la perdita dell’autonomia catalana a fatica riconquistata dopo la fine del franchismo. Concetti che Steven riprenderà nell’intervista al TG2 dopo l’arresto di Puigdemont.
Nonostante la nostra delegazione sia numerosa Jordi Amat, giornalista e storico, ci accoglie nella sua casa non lontana dall’Università facendoci dono de “La conjura de los irresponsables” che descrive la crisi catalana come una summa di irresponsabilità e di una “slealtà reciproca” fra diversi nazionalismi nella quale a pagare è proprio l’autonomia. Perché se la Costituzione spagnola rappresenta un modello aperto è pur vero che il trasferimento di competenze è stato gestito in maniera ambigua a seconda di chi governava a Madrid. E in questa maniera si è arrivati al “fracaso de la politica”. «El fracaso es colosal» conclude Amat.

Stato e nazione, concetti differenti
A seguire in agenda avremmo l’incontro con Oriol Amoros, deputato e dirigente della Esquerra Republicana de Catalunya, partito storico che fa parte del fronte indipendentista. La sede nazionale dell’ERC è presidiata e la tensione è palpabile. Marcello Belotti, artista e insegnante che da anni vive a Barcellona e che ci accompagna per l’intero pomeriggio, ci dice che l’incontro in agenda è in dubbio visti i fatti della mattina, ma invece Amoros ci dedica uno spazio significativo di interlocuzione. Il catalanismo – ci spiega – è sempre stato federalista e la Spagna uno stato plurinazionale. Che ora si arrivi a negare che la Catalunya sia una nazione quando rappresenta la prima istituzione riconosciuta e legittimata dalla Seconda Repubblica pre-franchista (1931 – 1939) non è che la negazione di tale plurinazionalità. E quando il Tribunale Costituzionale spagnolo il 28 giugno 2010 con un atto politico cancella l’articolo 1 dello Statuto di Autonomia della Catalunya nega il riconoscimento di una nazionalità assimilandola al concetto di statualità. Siamo nell’ingorgo di un paradigma – quello dello stato-nazione – che nel Novecento ha prodotto fin troppe tragedie.
Amoros passa ad elencare tutte le forme di vessazione che lo Stato spagnolo ha esercitato verso la Catalunya, dalla questione fiscale (ascolta con molto interesse le modalità della nostra autonomia finanziaria) alle opere infrastrutturali, e si comprende quanto i margini di ricomposizione di “un equilibrio fra efficienza e legittimità” siano difficili. E di fronte alla domanda su come si possa uscire da questa situazione cita Churchill che nel 1940, in piena guerra, dichiarava «siamo dentro la storia, non so come se ne uscirà». Di lì a poco si riunisce il Consiglio nazionale dell’ERC per decidere quali risposte dare agli arresti. La sua disponibilità ad interloquire con noi va oltre la gentilezza, probabilmente riconducibile alla necessità di aprire ad un’Europa che fin qui si è ben guardata dallo svolgere un ruolo di dialogo fra le parti.
Ferran Pedret è il giovane segretario del Partito Socialista de Catalunya di Barcellona. Eppure il suo federalismo è antico. Per lui è chiaro che lo stato-nazione non rappresenta affatto l’unica possibilità e il sovranismo che serpeggia per l’Europa è tutto dentro questo vecchio schema. Il suo partito (il 13,9% alle elezioni catalane del dicembre scorso) non fa parte dello schieramento indipendentista, ma proprio per la sua impronta federalista riconosce la Catalunya come una nazione e la sua aspirazione all’autogoverno, ma al tempo stesso ci dice come la prima vittima dell’indipendentismo sia proprio il “catalanismo”. Riemerge con forza la preoccupazione di una forte frattura sociale di cui Steven Forti ci aveva parlato poche ore prima, rispetto alla quale Pedret articola il suo pensiero declinando il federalismo nelle forme dell’organizzazione sociale, immaginando una «coalizione di soggetti sociali che li federi in un progetto di trasformazione in chiave europea e globale». È quello del federalismo “sociale” un richiamo alla tradizione che fu di Giustizia e Libertà e di Aldo Capitini, il “potere di tutti” contrapposto al “potere dello stato”, come sappiamo rimasto lettera morta. Per questo dalle sue parole emerge un federalismo antico, eretico. Il suo è un socialismo autogestionario, attento al terzo settore e alla necessità «di un processo educativo per cambiare la scala dei valori e delle priorità».
La conversazione con Ferran Pedret è una sorta di preludio all’incontro pubblico dell’associazione Federalistes d’Esquerres che si svolge in Calabria 66, un centro culturale dove si ritrovano un centinaio di persone a ragionare dell’attualità del messaggio federalista in una Catalunya schiacciata dagli opposti nazionalismi. Cui partecipano Joan Botella, Silvia Carrasco, Joan Herrera ed Esther Niubó in un confronto molto effervescente eppure ordinato, tre minuti espositivi per ogni giro di domande del moderatore, una fittissima interlocuzione con le domande dal pubblico attraverso “pizzini” e risposte stringenti. Sono proprio catalani, del nord insomma. Qui intervistiamo Esther Niubó che del partito di Ferret è parlamentare e Joan Herrera, intellettuale e già deputato della coalizione rosso/verde. Qui, come non ti aspetti, il federalismo ha una robusta cittadinanza.
Con Joan Botella che dei Federalistes d’Esquerra è il presidente abbiamo un veloce scambio di opinioni dopo l’incontro in un locale di fronte ad un bicchiere di vino. Figura di spicco del mondo accademico catalano, nella conversazione diretta attenua il carattere un po’ ottimistico della sua esposizione ufficiale quando indicava come l’orientamento federalista potesse essere maggioritario nella coscienza catalana. Persona dal pensiero vivace che cercheremo (invano) di intercettare il giorno successivo.

Prigionieri del simbolico
La sensazione che ci portiamo via è quella di un mondo a parte, quasi che il conflitto in corso li avesse costretti in un angolo. Sensazione che ritroviamo nella conversazione a cena alla Cerveseria Moritz, una grande fabbrica di birra che risale alla metà dell’Ottocento, con Silvia Carrasco, antropologa dell’Università Autonoma di Barcellona, quando ci racconta dell’effetto manicheo che il processo indipendentista sta avendo sulla ricerca e sul pensiero attorno alle questioni cruciali della sostenibilità e di un’umanità alla deriva. Qui incontriamo anche il giornalista Guillem Martínez, autore fra l’altro di un libro che titola “La gran ilusión. Mito y realidad del proceso indepe”. C’è un pensiero laterale, lo stiamo incontrando.
Il giorno successivo Barcellona è sferzata dal vento freddo e dalla pioggia battente. Con Alexis Rodriguez Rata – che incontriamo fra le mura dei vecchi cantieri navali dai quali con sapienza sono stati ricavati grandi spazi espositivi e d’incontro – la nostra ricognizione conosce un momento cruciale. Sarà che tendiamo ad interloquire con chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda (cosa che dovremmo imparare a temere) ma la conversazione con questo giovane studioso del federalismo di origine basca ci consegna qualcosa che negli incontri precedenti potevamo leggere sotto traccia: il valore cruciale della dimensione simbolica, che si tratti di identità o idiomi, di bandiere o confini. Che a guardar bene ha ben poco a che fare con la materialità della condizione sociale ma che, nella crisi profonda delle ideologie otto-novecentesche, tende a cementare nuove appartenenze. Quando l’Europa non solo fatica a diventare il sogno sovranazionale che include le differenze, ma l’arida cornice del potere finanziario e del rigurgito di sovranità statuali fuori dal tempo.
Guardare il Trentino da qui ci può aiutare. Ma come… se la nostra stessa autonomia malgrado la sua natura dinamica mostra crepe evidenti di tenuta culturale e sociale, prima ancora che istituzionale? Non siamo certo venuti sin qui per indicare il nostro modello autonomistico come possibile soluzione, quand’anche l’intuizione dell’ancoraggio internazionale può ancora venirci in aiuto. Perché l’intuizione di allora oggi si chiama Europa, non più o non solo come ambito di tutela, bensì come cambio di prospettiva cui guardare per ridisegnare nuove geografie.
Era questo, del resto, il cuore della discussione intorno al Terzo statuto di Autonomia, laddove le scelte di governo promanano da indirizzi europei piuttosto che dalla trattativa permanente fra Stato e Regioni. E che tanto la Consulta trentina quanto la Convenzione sudtirolese e altoatesina, chiuse in una prospettiva difensiva quando non addirittura prigioniera di quel vecchio arnese che va sotto il nome di Selbstbestimmung (autodeterminazione), non hanno saputo immaginare.
Alexis ci ricorda come la vicenda catalana, proprio per quel complesso di fattori di natura reale e simbolica, non possa trovare una soluzione che in ambito europeo, sempre che l’Europa sia capace di ascoltare la Spagna e dunque l’Europa. Per questo è importante essere qui.

Cittadinanze
Mentre pranziamo in un locale che quanto al simbolico non si tira indietro (dei Paesi Baschi, in questo caso) ci raggiunge Gabi, una giovane donna di origine argentina e che fa parte della coalizione “Barcelona en comun” dell’attuale sindaca Ada Colau. Da anni è impegnata sui temi dei migranti e dalle sue parole emerge come questa tematica sia fortemente connessa alla questione della cittadinanza e come il vissuto di migliaia di persone non possa essere estraneo ad una controversia che la vorrebbe sottacere. Il lavoro che sta facendo l’amministrazione della città corrisponde al difficile tentativo della coalizione di governo di proporre un’altra agenda politica a dispetto di quella proposta dagli opposti nazionalismi. Si potrebbe dire retoricamente che ogni migrante rappresenti uno sguardo asimmetrico rispetto alla narrazioni dominanti, ma in realtà non è così e i migranti, vecchi o nuovi che siano, tendono ad essere essi stessi coinvolti nella dialettica ossessiva che pervade la Catalunya e la Spagna.
E’ ancora notte quando domenica mattina prendiamo la strada per Port Bou, cittadina catalana al confine con la Francia. Le colline intorno a Barcellona sono imbiancate di neve ma noi seguiamo la strada del mare, per arrivare dopo un paio d’ore nel borgo in cui Walter Benjamin, stanco di una vita in fuga per le proprie idee o per la propria origine anagrafica, decise di mettere fine alla propria esistenza. Il vecchio albergo sul mare in cui facciamo colazione, cattivo presagio, mi ricorda il modernariato balcanico datato anni ’70. Il suo proprietario interpellato per avere indicazioni per come raggiungere il memoriale dedicato al filosofo tedesco sembra all’improvviso rianimarsi: era l’alcade (il sindaco) di quel paesino quando nei primi anni ’90 venne decisa quell’insolita quanto straordinariamente efficacie installazione a picco sul mare, accanto al cimitero dove è ancora sepolto Walter Benjamin. Anzi Benjamin Walter, come risulta nei registri comunale e parrocchiale, capovolgimento che descrive il protrarsi di una fuga anche dopo la vita perché nella cattolicissima Spagna franchista un suicida di origine ebraica non sarebbe stato ammesso nemmeno nel luogo dei morti.
Il memoriale è un’idea profonda, che ti fa riflettere sul senso della vita. E nel percorrere quei gradini verso il mare l’emozione è lontana dalla retorica.
E’ qui, in questa baia dirimpetto al Mediterraneo, che Razi Mohebi intende concludere il libro di questa sua prima vita da apolide, ancora senza un passaporto che possa togliergli l’angoscia di fronte ad ogni confine degli uomini. Al posto di frontiera che ci attende un paio di chilometri più avanti ci aspettano delle guardie e alcuni soldati armati, per ricordarci che in questa Europa la libertà di circolazione per molti è ancora da conquistare.