“Io questa crisi l’adoro…” – Incontro con Stefano Moltrer

N 46° 7′ 48.933” – E 11° 20′ 28.514” | Palù del Fersina

Dove? – Quando partiamo l’inverno si fa ancora sentire. A dire il vero, non è la partenza vera e propria, perché con Federico abbiamo immaginato che un viaggio nella solitudine della politica non avrebbe potuto trascurare la nostra di solitudine, che pure ci pervade e che ci interroga sullo stato di salute della nostra autonomia e, insieme, di quella felice sperimentazione originale che, fra intuizioni innovative e discutibili dirigismi, ci ha permesso di valorizzarne come mai in passato le prerogative di autogoverno.

E’ proprio questo il leitmotiv del prologo trentino che prende il via in uno dei comuni più alti (1360 metri) e meno abitati (173 residenti) del Trentino. Siamo a Palù del Fersina, in Valle dei Mocheni. In fondo non molto lontano dai palazzi del governo dell’autonomia (solo quaranta minuti di strada ci separano dal capoluogo), ma da qui tutto appare sotto un’altra luce, compresi i rituali della politica. Che pure non sono estranei nemmeno alla Valle dei Mocheni se pensiamo a come questo ed altri borghi hanno influito nella scelta nelle primarie del centrosinistra autonomista di quello che poi sarebbe diventato il presidente della PAT. E che ci racconta un’altra e forse meno romantica storia, fatta di scambio e di ben più prosaici interessi.

Eppure chi la conosce non può che amarla questa valle. La sua gente, la sua storia, la sua natura, il suo stesso presente raccontato dall’amico Andrea Segre nel film “La prima neve”. E l’incontro con il giovane sindaco di Palù, fino a tre anni fa guardato con sufficienza dai vecchi amministratori e poi eletto sindaco con un solo voto di scarto, ci dice che abbiamo fatto proprio bene a cominciare da qui.

Da questa terra alta dove fino a cent’anni fa si partiva gerla in spalla a fare il giro di quella piccola Europa qual era l’impero asburgico con quelli oggetti di legno che la perizia, i lunghi inverni e la natura permettevano di realizzare e di ricavarne quei pochi denari necessari al sale, all’olio da lampada e a quel che serviva e che qui non si poteva produrre.

Ma che permetteva a queste comunità – come ci dice il sindaco Moltrer – di sentirsi europei forse più ancora di oggi perché i clomeri nel loro girovagare ascoltavano e imparavano, facendo tesoro dell’esperienza altrui. Quando migranti eravamo noi…

Pratiche dure, faticose, dolorose ma nobili, di cui si avverte la necessità anche oggi quando Stefano Moltrer carica la sua gente sulla Corriera in direzione di Sauris, nell’alto Friuli, per capire dall’esperienza altrui come si può amministrare bene il proprio territorio con molte meno risorse di quelle che la nostra autonomia riesce ancora (chissà per quanto) a garantire.

Un tema che incontreremo in tutto questo prologo. Che abiti qui il cuore del problema?

Chi? Stefano Moltrer (Sindaco di Palù del Fersina, 32 anni) Ci sono alcuni aspetti che risaltano dentro la conversazione avuta con Stefano Moltrer. La prima è un fattore che solo successivamente ci renderemo conto essere piuttosto ricorrente e corrisponde a quel movimento che definiremo di “andata e ritorno” e che è condiviso da entrambi i nostri interlocutori. Vedere altro per avere occhi più pronti a leggere il territorio che si abita e che forse si deciderà di abitare a lungo. Anni passati lontani, per altre scelte di vita, oppure un’esperienza all’estero come fattore di rielaborazione dello sguardo rispetto alla propria comunità, tra valori (“il verde diverso della mia valle”) e fragilità (“un senso di appartenenza perduto”). La seconda questione è legata alla prima per il fatto di esserne quasi una diretta conseguenza. Chi compie la mossa fuori-dentro (come un tempo i “clomeri”) appare più pronto ad affrontare i temi dell’interdipendenza, dell’innovazione, della trasformazione del modello di sviluppo. “Adoro questa crisi” è una sana provocazione, figlia della consapevolezza di una obbligata curiosità nei cofronti del non ancora realizzato, di un futuro da costruire e che punta a sconfiggere la tendenza allo spopolamento delle aree montane. Un progetto per il domani che l’amministratore (“dentro un ruolo nuovo”) non associa più all’atterraggio di maggiori risorse sul territorio ma alla messa a valore delle peculiarità della montagna, miscelando spunti provenienti dall’esperienza (“ho portato il pullman cinquanta paesani a Tauris, in Friuli” [nda. lì dove è stato “inventato” l’albergo diffuso]), strumenti che fanno parte della tradizione e che oggi ritrovano interesse (le cooperative di comunità) e proposte che meriterebbero di trovare spazio dentro politiche di ambito (“va immaginato un reddito integrativo per le terre alte”). Il tutto dentro una visione collettiva delle pratiche di governance locale e con l’idea ambiziosa di “saper trasformare lo svantaggio della marginalità in opportunità”.

Appunti.

“Ne stiamo parlando” (temi che ritornano, voglia di dare corpo a riflessioni andando maggiormente in profondità).

Lo sguardo da vicino e da lontano, andare e ritornare come necessario esercizio per sperimentare diversa messa a fuoco del territorio e strabismo interpretativo della realtà. Generatore di interconnessione tra luoghi e diversità.

Contributi arrivati mal spesi e denaro che addormenta.
Cambio culturale non si fa con i soldi.
Svantaggio da trasformare in valore, opportunità.

Viaggi di studio (osservazione dei fenomeni emergenti).
Costruzione di relazioni, riconoscimento di nuovi modelli.
“Distretto della vivibilità”, con Ugo Morelli.

Reddito di integrazione (rispetto ai temi del lavoro, alla necessità di un modo diverso di guardare al lavoro di montagna).

No alla lottizzazione dall’esterno. Sì riqualificazione dell’esistente.
Ruolo nuovo dell’amministrazione locale.

Coesione, cooperative di comunità.
Senso di comunità e senso di autonomia, persi e da recuperare.

Dimensione collettiva non sostituibile dai social.
Dimensione online come problematica, pericolosa.

Eravamo più aperti quando eravamo clomeri (migrazione come opportunità, necessità di incrociare altri)

“Io questa crisi l’adoro”. Crisi come spartiacque tra non più (evidente) e non ancora (da pensare).

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