Voci e sguardi fuori campo

Viaggio nelle terre dell’osso
di Micaela Bertoldi
30 maggio- 3 giugno 2018

Terre alte del Mezzogiorno
– Dove si situano queste terre che ci fanno sentire simili, dato che sappiamo di appartenere alle Terre alte dell’arco alpino?- mi domando.
Andremo alla riscoperta di fratellanze montagnarde, dovute a secoli di vite solitarie in paesi di montagna, assai diversi per forma e condizioni, lingue, usanze e cultura.
– Forse è meglio ripescare nei libri di scuola qualche notizia: per avere consapevolezza delle distanze – nel tempo e nella geografia – in modo da poter entrare in punta di piedi in luoghi degni di ogni reverente attenzione.[1]

Regioni e cenni storici
La più antica ripartizione del territorio italiano risale all’imperatore romano Augusto quando, circa duemila anni fa, ripartì la penisola in undici regioni (più tre subregioni) situate nella parte continentale, e due province, la Sicilia e la Sardegna, amministrate a parte perché considerate ‘non romane’.
Le regioni erano numerate da I a XI, partendo ovviamente da Roma. Quindi Latium et Campania, I; Apulia et Calabria, II; Lucania et Bruttium, III; Samnium, IV; Picenum, V; Umbria, VI; Etruria, VII; Aemilia, VIII; Luguria, IX; Venetia, X; Transapadana, XI.
Poi, dopo la caduta dell’impero romano, si verificò la frammentazione dell’Italia in piccoli territori, i feudi, sempre in burrascose vicende guerresche cui fece seguito, specie nella parte centrale, l’affermarsi di singole città, con Comuni e Signorie e il successivo definirsi di stati regionali che arrivarono con alterne vicende fino al Risorgimento ottocentesco. Nel 1861 si realizzò l’unità di Italia, cui mancavano però alcune parti: Roma capitale e le tre Venezie.
L’Italia settentrionale a metà Ottocento presentava la divisione in Regno di Sardegna / Savoia, Contea di Nizza e Lombardo-Veneto; in Emilia Romagna contavano i Ducati di Parma e Modena e una parte apparteneva allo Stato Pontificio.
In Italia centrale lo Stato pontificio comprendeva Lazio, Umbria, Marche e Romagna. Il Granducato di Toscana aveva ai confini i piccolissimi ducati di Massa e Lucca.
L’Italia meridionale era un unico grande stato, unificato ancora verso l’anno Mille dai Normanni e poi diventato Regno di Napoli- Sicilia e Regno di Sardegna, sotto la Spagna.
Infine c’era il Regno delle due Sicilie, sotto i Borboni. (ma Benevento faceva parte dello Stato della Chiesa).
Prima di iniziare questo viaggio è il passato che sembra imporsi alla mia mente. Forse perché mi sembra in qualche misura che sia possibile trovare delle assonanze con lo spirito con cui Paolo Rumiz [2] si diede a ripercorrere il passaggio di Annibale nella penisola italiana. Mi pare di seguirlo mentre si sofferma sulla sensazione di poter vedere il grande africano in controluce, segnalato da esili tracce che pure ne trattengono la memoria un po’ ovunque.
E noi passeremo proprio da quelle parti, al confine tra Apulia e Irpinia, anche se non ci sarà tempo di fermarsi sulle rive dell’Ofanto, per ricercare i toponimi che impediscono la cancellazione della memoria dell’antico scontro di Canne (216 a. C.) in cui i Romani furono sconfitti dalla strategia di Annibale.
Nelle terre appenniniche del mezzogiorno ci fermeremo solo quattro giorni e per un po’ quel sud apparterrà anche a noi. Fu lì che il grande condottiero africano, vincitore nell’annus terribilis per i Romani, si dovette trattenere per ben tredici anni, poiché privo di navi, mescolando la fierezza e la nobiltà cartaginese, fenicia, con la cultura del sud dell’Italia di quei tempi.
Fu un viaggio, quello di Hannibal, che sembrava andare oltre l’immaginabile: dalla risalita iberica, allo scavalcamento delle Alpi, alla discesa lungo la spina dorsale appenninica. Rumiz ricorda che dove è passato Annibale, la magia resta e la peste dei non luoghi non attecchisce.
Forse, in modo diverso, anche noi tenteremo di rintracciare quella magia silente racchiusa in secoli di rapporto con la terra che ogni popolazione ha lavorato, amato, trasformato, così da potere riprendere fiducia nella possibilità di perseguire un cambiamento che inglobi l’esperienza passata facendola rifiorire dentro un orizzonte globale, planetario.
Sapendo che sul lato ad est della nostra penisola corre quella che gli storici chiamano la Linea delle battaglie: dove si susseguono Lepanto, Azio, Canne, Mostar, Sarajevo, Vienna. Da quest’orlo del Tavoliere su fino al Danubio corre la frontiera che nel cuore d’Europa separa Oriente e Occidente.(p.117) Sapendo che quella linea condiziona a tutt’oggi la mentalità italiana e anche la visione politica dell’Europa, così come è andata formandosi, senza adeguata consapevolezza di una unità di destino sovranazionale a cui i singoli territori possono concorrere con il loro specifico, ma interagendo con responsabile senso di cittadinanza europea.
Ed il discorso oggi è quanto mai aperto, sottoposto a strattoni di risorgenti nazionalismi e sovranismi che sempre più amplificano l’incertezza e allontanano il pendolo che può sancire un tempo di pacificazione.

Europa
Europa, dunque. Che si impone in primo piano nel dibattito di questi giorni. In particolare in relazione al tema delle autonomie, delle spinte indipendentiste e secessionistiche magari in nome di antichi ascendenti etnici particolari. È più che tempo di ragionare sul significato di Unione Europea, sulla sovra-nazionalità dato che sembra prevalere un’idea di appartenenza esclusiva ed escludente, che ignora l’inter-azione tra diversi, aventi pari dignità e diritti. Il futuro degli uomini e del pianeta è in gioco e richiede di ripensare il modo in cui si abita la terra.
Allora mi rivolgo idealmente a chi ha fatto il settimo percorso nelle solitudini della politica.
-Dal viaggio in Catalunya avete riportato le parole di Ferran Pedret – come si legge su Sifr – col richiamo al federalismo sociale di Aldo Capitini.
Il potere di tutti contrapposto al potere dello Stato. Federalismo eretico – avete detto – incentrato su un socialismo autogestionario intenzionato a cambiare la scala dei valori.-
Per entrare positivamente in quella congerie culturale occorrerebbe riuscire a dare evidenza a forme di organizzazione sociale, realizzando una sorta di coalizione tra soggetti sociali federati all’insegna di un progetto di trasformazione in chiave europea e globale.
La questione catalana sembra essersi incagliata nella storia del Novecento. Se non sapremo proporre un approccio diverso, indicare nuovi scenari, immaginare paradigmi inediti, sarà ben difficile disincagliarla. E se l’orizzonte di ciascuna delle parti (ma anche dell’Europa e a ben vedere di ognuno di noi) rimane ancorato ai concetti di sovranità da un lato e di autodeterminazione dall’altro, sarà difficile venirne a capo. – Questo hanno scritto Federico e Michele in relazione alla discussione catalana.
Durante il viaggio nelle terre del Mezzogiorno, proseguiremo a interrogarci su come disincagliare quel nodo dalla storia del Novecento, che sembra stritolare l’idea di autonoma decisionalità di un popolo in nome delle istanze superiori, impedendo che una sana relazione con il mondo possa restituire dignità e libertà ad ogni territorio.
In questi viaggi nei luoghi della solitudine della politica si sono evidenziate le tracce di possibili strade aperte verso l’Europa, nelle tante regioni dalle caratteristiche tra loro simili e differenti allo stesso tempo.

Sul pulmino
In breve, appena in auto, allontaniamo la mente dalla farsa del governo ‘mancato’ (in seguito non parleremo più di tanto neppure del governo ‘ripristinato’ – la farsa numero due).
Siamo in queste terre alte appenniniche che videro la presenza degli antichi Sanniti, sulla cresta della spina dorsale della penisola. Mentre vediamo venirci incontro il Gran Sasso e la Maiella, proviamo a immaginare come si possano incarnare nuove visioni.
Sono domande che possono dare risposta ad analogo quesito che ci riguarda da vicino all’interno degli spazi dell’autonomia trentina.
Come è possibile trasformare delle esperienze positive di innovazione esistenti in ambienti sociali intenzionati a ricostruire dialogo reale tra le persone, andando oltre le mere ‘buone pratiche’? Facendo risaltare la valenza politica generale attraverso un consapevole federarsi per obiettivi comuni dei singoli tasselli?
È possibile affermare una strategia di collaborazione tra individui, soggetti sociali, organizzazioni, amministrazioni ritrovando un’idea di trasformazione della società?

Penso alle associazioni di genitori connessi in rete o in associazioni, penso a operatori di ‘nuova generazione’ in campo agricolo, nella viticoltura, nella valorizzazione dei pascoli, nella cura del territorio, in attività culturali (da Arte Sella, al Bosco dei Poeti, alla riscoperta di percorsi sportivi e culturali che difendono ambiente, socialità e marginalità, al sentiero artistico di Spormaggiore di Gloria Zeni, a tutti i contesti in cui si opera con coinvolgimento di mondi diversi).
Moltissimi altri luoghi – nodi artistici, ecomuseali, naturalistici o caratterizzati da beni storici- potrebbero essere riconnessi in un protagonismo sociale ed economico in modo da offrire una nuova positiva visione di futuro, all’insegna del rispetto delle risorse, della ecosostenibilità e della sobrietà dello stile di vita. Luoghi come pietre di nuove strade su cui incamminarsi.

Nuovi basolati sociali: lisci, solidi, aperti e accoglienti
Dovremmo provare a imitare metaforicamente l’abilità dei genieri dell’antico impero romano che sono stati in grado di allargare il raggio d’azione economico e culturale del loro tempo con le arterie fondamentali: oggi, a differenza di allora, le strade da realizzare devono avere valori universali come pietre, così da tracciare chiare direzioni in cui procedere.
E i fili di valori devono collegare le tante significative esperienze dei singoli territori, specie quelli periferici – così che nessun luogo si senta espropriato e emarginato, bensì partecipe: unico antidoto alla deriva egoistica e corporativa del ‘prima noi’, anteposto alla logica e alla speranza di convivenze armoniose capaci di includere. Unico antidoto a logiche violente e all’affermarsi di sovranismi statalisti pronti a rimandare indietro l’orologio della storia.
Fili di valori, dicevo, che possono obbligare a rivedere un’idea di Unione europea ispirata alle logiche del Mercato, riuscendo a fare emergere un confronto tra idee politiche ispirate alle presenze umane, ai diritti, alla dignità in ogni terra e regione d’Europa per tutti coloro che vivono in piccoli abitati, in città e in periferia. Un’Europa politica.
Regioni federate tra loro, realtà e gruppi sociali federati tra loro all’insegna della collaborazione e non della contrapposizione sociale per divenire in grado di formulare una proposta politica innovativa, capace di superare gli steccati novecenteschi.
Relazioni umane ed emozioni devono essere considerate beni inalienabili, proprio come i beni gravati di uso civico, da tutelare di fronte all’aggressività dell’ideologia consumistica che rappresenta la malattia della pianta, la morte del futuro.
Federati socialmente, dunque, per non essere schiacciati nella tenaglia nazionalismo/statalismo, per rivendicare però una funzione regolatrice del Pubblico, delle Istituzioni che devono presidiare il tempo presente, mettendo al riparo dallo strapotere dei potentati internazionali.
La globalizzazione in veste moderna con la finanziarizzazione che viaggia sul web, tiene sotto scacco l’economia reale, la produzione di beni, con un controllo globale di imprese, lavoro, istituzioni e singole vite, con esautoramento di qualsivoglia privacy e di qualsivoglia diritto all’esistenza e alla rivendicazione dei diritti :da quello al lavoro alla pace, sempre sub judice, a rischio.

L’Aquila
Cosa suggerisce la visita all’Aquila, città terremotata che da anni ha una zona rossa impraticabile? Nel romanzo “Bella mia” tutto il dolore di chi oltre alla casa ha perduto parenti e amici, di chi porta cicatrici profonde nel cuore e fatica a riprendere il passo della vita.[3]
Le macerie accumulate dal terremoto nelle strade, sotto i palazzi diroccati e nelle anime dei sopravvissuti non consentono di dimenticare la notte del 6 aprile 2009 e urlano il bisogno di maggiore autogoverno dei territori affinché i mille tentacoli della burocrazia non impediscano l’azione riparatrice e si riesca a riportare a nuova vita gli abitati.
Per noi, che entriamo non con lo sguardo dei curiosi, ma con gli occhi di chi intende ritrovare nessi con il bisogno di cambiamento, l’Aquila è un animale ferito che non ha avuto sufficiente attenzione.
Giungiamo al punto in cui ci attendono Alessandro Mengoli e Mauro Arnese, due amici di Roma. Ed è un bell’incontrarsi, dato che la loro compagnia risulterà preziosa per lo sguardo intelligente ed ironico con cui proporranno in tutto il viaggio uno spostamento di focus nelle discussioni. Sempre favorendo un’allegria che allieta l’anima.
Insieme a loro attraversiamo le vie del centro terremotato con la guida di Roberto Ciuffini, giornalista che ci mostra le lentezze e i ritardi della ricostruzione. Che è in corso solo sui grandi palazzi privati, che, una volta ristrutturati, rimangono vuoti. Scatole private di senso. Gli abitanti sono altrove. Perfino le banche, proprietarie di immobili prestigiosi, spostano altrove gli uffici: qui non rendono. Gli edifici lesionati, acquisiti dal pubblico con interventi volti a favorire i residenti per soluzioni abitative sicure, rimangono appunto in mano pubblica, ma restano in abbandono. Mancano le risorse per sistemarli. Finirà che qualche immobiliare speculativa li prenderà per una pippa di tabacco, li ristrutturerà e farà soldi. Ma intanto la popolazione originaria sarà altrove, sulla costa, in nuovi plessi, dispersa. Il frequente ronzio di motori e il rumore di macchine da scavo, di betoniere dà l’illusione di ripresa, con parecchi muratori all’opera, tutti provenienti da imprese esterne, ma la realtà effettiva risulta stagnante. Nel cuore della città a nove anni dalla scossa distruttrice c’è ben poca vita.
Per tirarci su di morale, si riparte, diretti a Santo Stefano di Sessanio, dove intendiamo pranzare. Si tratta di un borgo abbandonato, con case di sassi e viuzze strette. In una locanda si può gustare una zuppa di lenticchie, nonostante l’ora tarda. Il gestore ci accoglie con sollecitudine e poi ci lascia, per un funerale a cui partecipano tutti i pochi residenti. L’insieme dell’ambiente profuma di passato.
Riprendiamo l’auto, in direzione Sulmona, passando il Piano Cinque Miglia, nei dintorni del comune di Roccaraso: luoghi splendidi, ampi, spopolati.
La peste dei non luoghi, devastati dal consumismo e dallo strapotere estraniante del digitale, non attecchisce, ma sono trasformati in icone fissate in un tempo andato, su un cielo di solitudine.

Tra Sannio e Matese [4]
Attraversiamo l’Appennino Sannita fra il Molise e il settore Nord della Campania. Arriviamo a San Salvatore, dove ci attende Guido Lavorgna che sarà la guida per i prossimi giri di scoperta del territorio.
È, la sua, una ospitalità squisita, con tutta la famiglia cortesemente attenta ai bisogni di viaggiatori stanchi. Conosciamo i suoi genitori, la sua compagna, Raffaella, con Elettra e Andrè. Il bambino sarà nostro compagno nella seconda parte del viaggio e avremo modo di conoscerlo da vicino. Rinfrancati da ciò, si parte per Guardia Sanframondi, dove sono prenotate le stanze. Il giorno seguente, ricaricati da un buon sonno, entreremo nel cuore del Matese, catena situata tra Molise e provincia di Benevento cominciando con la visita a San Lupo, per entrare nelle atmosfere della Banda del Matese.

Gli internazionalisti di fine Ottocento. san Lupo e Letino
Ed è ai resti della Taverna degli Anarchici che ci dirigiamo. Bruno Tomasiello, storico, ci attende e illumina sulla storia degli internazionalisti che nel 1878 si batterono per testimoniare la necessità della ribellione dei contadini contro i soprusi.
La loro iniziativa insurrezionale venne sventata il 5 aprile a seguito di delazione di un personaggio della cui pericolosità peraltro erano a conoscenza. Avevano deciso di anticipare il tentativo e di procedere comunque, attribuendo al gesto un valore di forte richiamo, di denuncia. Ma sulle montagne del Matese ad aprile c’era ancora la neve ed era freddo: non era ancora avvenuta la transumanza; così pochi risposero all’appello. La locanda offriva vie di fuga in varie direzioni; per questo era stata scelta dopo un sopralluogo nei dintorni. Ci fu una scaramuccia in cui vennero feriti due carabinieri- più per caso che per intenzione- e gli internazionalisti poterono fuggire, diretti a Letino (1050m di altitudine) dove tentarono di riproporre l’insurrezione, coinvolgendo i parroci di Letino e di Gallo (l’8 aprile) che nella predica dipinsero gli anarchici come ‘apostoli mandati dal Signore’. Sulla piazza di Letino vennero sventolate bandiere, dal palazzo comunale vennero gettate carte e furono requisiti i proventi delle imposte: la legge sul macinato era la più invisa. Nei tre giorni successivi i 26 anarchici si erano diretti in altri comuni ma si erano trovati di fronte dodicimila uomini e la sera dell’undici aprile 1878 furono catturati nella masseria e incarcerati. Seguì il Processo di Benevento, con un lungo dibattimento testimoniato dalla stampa nazionale del tempo, concluso a sorpresa con una sentenza di assoluzione propiziata dalla figlia di Carlo Pisacane, l’eroe della spedizione di Sapri, che intervenne presso il Ministro degli Interni, salvando gli Internazionalisti di Letino dalla pena capitale.
Una testimonianza morale della non adesione alle imposizioni. La loro storia si intreccia con quella dell’ideale del socialismo
Oggi San Lupo – 840 residenti, ma 600 abitanti, nessuna nuova nascita – mostra le ferite di un luogo depresso e solo. Servirebbero politiche adeguate e anche animatori di comunità in grado di ripristinare, attualizzandoli, gli sforzi di Carlo Cafiero e Errico Malatesta e Andrea Costa.
Nella visita al centro storico di Letino, Bruno ricorda che Malatesta, nel discorso in piazza aveva auspicato l’abolizione della proprietà privata, la divisione delle terre e una donna l’aveva preso alla lettera.
A Letino avviene l’incontro con il Sindaco che ci accompagna nella visita alla mostra sugli internazionalisti, curata da Tomasiello. È frutto di accurata ricerca nei giornali dell’epoca che ha permesso la ricostruzione del processo ai ‘sobillatori di popolo’, che avevano tentato di gettare il seme della protesta. Ancora una volta apprezziamo la competenza e il garbo di Bruno Tomasiello che ci introduce nei meandri del tragico concludersi dei pochi giorni dell’insurrezione.

La cipresseta di Fontegreca
Ci attende la visita alla cipresseta di Fontegreca: luogo idilliaco, parco naturale in cui il fiume Sava, affluente del Volturno, scende a salti, a piccoli balzi di cascata in cascata. Il bosco di cipressi, chiamato Bosco degli Zappini, è unico, risparmiato da una malattia che colpì ovunque la specie dei cipressi. Una farfalla blu con le ali nere volteggia ai bordi del corso d’acqua: un tocco di colore sulla musica dell’acqua che scorre. In cima, un’opera d’arte in natura, di Giuliano Orsingher, trentino, sembra incoronare il piccolo fiume.
Eppure anche qui il territorio è rapinato delle sue risorse. L’acqua del vicino fiume Lete, immissario del Lago Matese, è utilizzata dall’industria dell’imbottigliamento. Camion e camion attraversano le vie della penisola vendendo un bene dal quale il territorio non ricava nessun beneficio. Altro che “Uso civico della fonte”!
Ragionando tra noi ribadiamo che sull’uso civico è possibile costruire un altro paradigma che permetta di andare oltre la proprietà pubblica o privata: per il diritto di tutti. Uso civico, diritto inalienabile. Potere né dello Stato, né del privato tanto che, se è di tutti, risulta inalienabile a fini speculativi individualistici. Guido e Bruno ricordano che anche nel Matese esistono dei documenti riferibili all’uso civico del forno collettivo, per i prodotti del grano.

Gli orti resistenti
Nel reinventare l’uso civico si potrebbe rendere merito e valorizzare, ad esempio, la città romana e da questo, ricavare un bene per tutti. Serve la sostenibilità perché esista un’economia che abbia futuro.
Interessante a questo fine è la visita a Gallo (875 m di altitudine) ai produttori di legumi di alta montagna, Giacomo Mozzone e la sua compagna Patrizia, con un appezzamento eredità di famiglia lavorano per ripristinare l’attività degli avi. Sono gli orti resistenti, con la consapevolezza di dare sostanza al futuro attraverso il ritorno in luoghi dimenticati. Che, peraltro, appaiono assai isolati, solitari, pur nella bellezza dello scenario naturale.
Per pranzo è la Masseria Reale: ottimo cibo e incontro con Amedeo Santomassimo.
Sulla maglietta il logo ‘matese adventures’, a evidenziare un’apertura verso nuove prospettive per valorizzare i luoghi.

Paleolab. E un paese fossilizzato?
Nel pomeriggio è Pietraroja la meta, per un salto nella preistoria, una visita al Paleolab, dove in mostra non c’è il reperto originale del dinosauro Ciro, bensì una copia. È il dinosauro Scipionix Samniticus, a cui è stato dato nome napoletano, Ciro. Dinosauro sequestrato.
Ci spiace che i responsabili di questa amministrazione non siano riusciti a trattenere la risorsa autentica, che incarna il lontanissimo passato. Sono stati espropriati perfino di quella. In cambio sono stati spesi milioni di euro per realizzare un museo che oggi appare obsoleto nella strumentazione, superata dalle moderne tecnologie, e abbandonata al degrado. Come se si fosse inceppata la possibilità di ‘fare cultura’, dato che ci si è fermati alla logica dell’evento celebrato con dispendio di danari, ma rimasto fine a sé stesso. E quindi, anch’esso fossilizzato, come il fossile di Ciro. A Pietraroja non c’è nulla. Si è persa la cultura della montagna, sostituita dall’olografia della montagna. Mancano i servizi essenziali, perché manca una strategia per le aree interne.
Si avverte la frustrazione di Angelo Torrillo, sindaco della cittadina, ed anche tutta l’impotenza. O forse l’incapacità di andare oltre una idea di gestione dei dati culturali ormai superata. Si riconferma la necessità di mutare lo sguardo. Alessandro fa notare che tutte le storie di interventi mirati a specifici eventi hanno un tratto in comune: nascono da un ‘progetto’ costoso, poi vengono abbandonate al degrado e alla dimenticanza. Il tempo della Politica non collima con il tempo delle cose reali, che sono piegate alle esigenze particolari di alcuni personaggi e partiti, mentre manca un disegno generale. E qui, pur se non è giunto l’industrialismo spaesante, il luogo ha tutto il peso della perdita di senso che caratterizza un non luogo.

Il ponte di Annibale
Quasi a ritemprarci, arriva il momento di recarci al ponte di Annibale. Nonostante il sole, ci incamminiamo per il sentiero a gradini che ci porta al Titerno su cui si inarca il ponte: sottile, molto alto rispetto alla distanza tra le due sponde: una passeggiata che rimane come leit motiv per cortese gioco di battute durante tutto il viaggio. Mauro mi regala un disegno che raffigura the Hannibal’s bridge, con l’elefante accompagnatore di un felice Hannibal; lungo il sentiero in salita ci sono due poveri visitatori gocciolanti sudore, arrancanti come formichine sui gradini. Rappresentano lui stesso e Alessandro. In alto, un rigoglioso sole dardeggia focosamente, incurante delle fatiche di chi cammina.

Chissà perché, ma questo momento mi sembra possa rappresentare la cifra dell’intero viaggio. Non solo per l’allegra complicità con cui ne parliamo tra noi, ma anche perché penso a come, un tempo lontanissimo, i soldati del condottiero africano si siano meticciati nelle generazioni successive, con gli autoctoni, dando nuovo senso al territorio, che diveniva altro da quello che era prima. Quasi un simbolo del continuo evolversi delle vicende dei vari territori: sempre gli stessi, mai uguali in maniera univoca a sé stessi. – Dove è passato Annibale, la magia resta – dice Paolo Rumiz. Dove natura e storia vengono interrogate da sguardi curiosi, la magia ricompare.
E così è a tutt’oggi. Ovunque. Terre in trasformazione, da curare e rispettare.
E la magia si presenta, oggi, con la filosofia del ritorno in posti abbandonati con l’illusione di trovare rosee prospettive o ‘sole dell’avvenire’ andando nelle città nelle quali emancipazione e lotte per i diritti si sono davvero implementate di fronte ai soprusi, affrontati collettivamente con consapevolezza, dove tuttavia le dinamiche del cambiamento, in positivo, sono state piegate alle logiche del consumismo, dei mercati e degli interessi di chi si presentava ‘modernamente’ più agguerrito e potente. Lasciando un vuoto: di ideali e speranze. Un vuoto pieno di frustrazioni, depressioni e anche violenze. Una mancanza di relazioni di senso.
Ed è per questo che, mentre il pulmino corre secondo la guida precisa di Michele, si discute e riflette. – Serve invertire la tendenza – ci diciamo – favorendo l’abbandono delle città iper urbanizzate per ritrovare la via dell’entroterra, dei campi di alta montagna, dei vigneti che possono dare colore e brillantezza alle terre sotto il sole e anche a chi regala agli altri compagnia seduti intorno a un tavolo.
Questo ragionamento è rimbalzato in maniera frequente fin da quando, attraversando il Parco regionale del Matese abbiamo incontrato piccoli paesi che si illudono ancora che arrivi l’industrializzazione. A San Salvatore il caso è stato eclatante: fu assicurata una agevolazione consistente per l’arrivo di industrie che dopo cinque anni hanno preso la via del Nord, lasciando i lavoratori ‘in braghe di tela’, come si suol dire in lingua trentina.

L’antica Telesia
Attraversiamo la Telesina- valle e strada tanto cara al piccolo Andrè – con Guido che rievocava ai nostri occhi la città sannitica, e poi romana, di Telesia, che era difesa da una cinta muraria con mura a mesopirgo, lunga due chilometri e cento metri, inespugnabile proprio a causa della concavità delle mura che esponevano gli assalitori ai colpi letali dei difensori: unico esempio al mondo.
Era situata nel punto di passaggio tra Roma e l’Apulia. Solo dopo l’860 le incursioni saracene avevano determinato la comparsa di vari centri nella valle e l’abbandono di Telesia. Molti pilastri depredati a Telesia si possono rinvenire nella vicina abbazia e nelle case nate successivamente.
Ancora una volta emerge il tema dell’abbandono dei luoghi, della loro trasformazione per mano umana.
Constatiamo che si tratta della valle più vitata in cui viene prodotto il 60% del vino della Campania. Poi Castelvenere (il comune più vitato d’Italia), vicino a Telese, noto per le feste dell’Udeur di Mastella, oggi sindaco di Benevento. Parliamo di Guardia Sanframondi, che sovrasta tutta la zona, con i ‘Guardiesi o Guardioli’ ritenuti un po’ altezzosi dal resto del territorio: probabilmente per via del loro essere ‘determinanti’ in molte sfere.
In questo territorio movimentato, che sembra andare su e giù come le onde, partendo da 50 metri sul mare fino a 800, passando si ammirano dei castelli posti in alto sui rilievi insieme a vari abitati diroccati.

Cerreto sannita
Arriviamo a Cerreto per incontrare l’Amministratore delegato del GAL Titerno, Elio Mendillo, il Presidente della Comunità montana del Titerno, vicepresidente dell’UNCEM e sindaco di Santa Croce del Sannio, Antonio De Maria e Luigi Di Crosta consigliere comunale di Cerreto Sannita.
Con loro si vorrebbe dialogare a proposito di strategie per la promozione dei territori dell’entroterra.
Dopo aver attraversato il Matese, volendo avere uno sguardo sull’intera area, sulla sua complessità interroghiamo gli ‘amministratori’ circa l’esistenza di obiettivi comuni, di coordinamento. Quali dinamiche ci sono?
Ne ricaviamo un’impressione abbastanza amara. In queste zone, geograficamente isolate, anche i tentativi di raccordo vengono ostacolati dalla burocrazia, da leggi che si accavallano in maniera contraddittoria e ostacolante: uno sfinimento per chi cerchi di fare interagire risorse e soggetti locali. Mancanza di programmazione, iter lungo, mancanza di infrastrutture, ritardi nei pagamenti e nei trasferimenti dalla Regione, viabilità pessima, isolamento. Queste le piaghe principali, a cui si aggiunge l’impossibilità di avere deroghe in virtù di specifiche caratteristiche dei singoli territori: una uniformità di legge che soffoca la vita, un vestito uguale per tutti, senza la possibilità di decidere le misure del vestito da indossare. In una parola, senza la possibilità di autogovernare le dinamiche.
Per questi motivi Molise ed Abruzzi, come il Sannio, hanno borghi fantasma, con palazzi del Settecento vuoti. Per questo nelle terre del Matese si verifica una residenzialità turistica come a Guardia Sanframondi – che non risolve lo spopolamento – o anche si tenta la via degli alberghi diffusi: che non possono essere disseminati ovunque; bastano uno o due paesi per Regione con tale proposta per corrispondere alla domanda. Da soli, non sono risposta adeguata per una economia. Serve altro.
Nei discorsi che si rincorrono tra noi, emerge sempre più forte la consapevolezza della grande ricchezza del Sud, perfino più consistente di quella del Nord, saccheggiata da politiche che hanno artatamente costruito lo stereotipo del Sud povero, arretrato. Non si è abbastanza collegato la responsabilità di un certo modo di ‘fare l’unità statuale d’Italia’, con il mito dell’industrializzazione come risolutore delle sacche di malessere. Né è stato colto il fenomeno del brigantaggio nella sua portata, dando con ciò libero accesso al successivo instaurarsi di mafie utili all’espandersi dell’industrialismo di rapina e della corruzione nel corso del Novecento.
Mi pare che sia di piena attualità la proposta che avanzò, a Trieste, Roberto Curci nel viaggio sul Limes orientale: realizzare un Festival delle geografie per fare conoscere le mutazioni di confini e di vitalità dei territori, le loro difficoltà di collegamento, gli aspetti economici dei luoghi trafitti da scorribande di rapina, frustrati nelle aspirazioni degli abitanti, modificati pesantemente da interessi di profittatori, svuotati di abitanti e di vita.
La domanda è: come ripensare l’organizzazione politica dei luoghi? In questa area del Sud, e in tutti i posti di questo viaggio a puntate nella solitudine della politica, quale ‘forma’ amministrativa- organizzativa potrebbe corrispondere ad un governo efficiente, capace di dare risposte ai bisogni?
Servono macroregioni, non definibili con i criteri della statualità, né con la prevalenza della città capoluogo e della metropoli che decida “per conto della campagna”.
La questione degli usi civici e delle proprietà collettive può dare rappresentazione ai territori e restituire loro coerenza sociale. In questo può aiutare la scuola del Ritorno di Paraloup, conosciuta in altro itinerario del viaggio, aiutando a riscoprire un nuovo equilibrio tra città e periferia rurale.
Il tema dell’autogoverno anche in Trentino ha bisogno di essere approfondito per riuscire a sfuggire alle dinamiche dei nazionalismi, in epoca in cui la cifra dei fenomeni è in ogni caso sovranazionale.
Avvertiamo come non mai l’unicità di tematiche che collega le terre alte alpine con quelle del Mezzogiorno.

Guardia Sanframondi
In questa cittadina ci siamo trattenuti due notti. L’amicizia con Antonio Colangelo e i suoi genitori ha fatto sì che si scegliesse proprio questo luogo per fermarci, essendo la loro terra di origine cui sono affezionati. In realtà visitando il cuore storico abbiamo potuto apprezzarne la strada lastricata di pietra ripida che conduce alla piazza del Santuario dell’Assunta davanti alla quale sono ancora presenti delle impalcature per le decorazioni in recenti cerimonie religiose. Al mattino della nostra partenza gli operai sono al lavoro per smontarle.
Case di sassi, altre con mattoni posti uno sull’altro sul lato più stretto, case disabitate da ristrutturare, case con i portali in marmo: un insieme di cunicoli stretti le separano.
Non c’è stato il tempo di visitare tutta la città. Siamo stati colpiti dalle mura del castello normanno, fortilizio risalente al secolo dodicesimo che sovrasta la valle, posto in alto, a guardia, come appunto dice il nome.
La cortesia del sindaco ci ha accompagnato nella visita di una bella mostra ospitata nel palazzo municipale con grandi quadri del pittore Paolo de Matteis, (1662-1728) di cui i guardiesi sono fieri. Nella sala a fianco, una mostra di arte contemporanea tentava un dialogo con l’arte del passato.
Tra le cose evidenziate dal sindaco Floriano Panza c’è l’aspirazione della città a diventare la capitale europea delle città del vino per il 2019.
La sera precedente il commiato, durante la cena con lui e con Nino Pascale, presidente Slow Food Italia, la discussione si è incentrata proprio sulle produzioni agricole e sulla necessità di dare spazio a prodotti di qualità anche facendo retrocedere in secondo piano la liturgia delle certificazioni, ottenute spesso dopo giri di burocrazia, regole costose che, in fin dei conti, una volta ottenute, rischiano spesso di mettere in secondo piano la qualità. Nino Pascale si mostra particolarmente interessato al nostro “viaggio” comprendendone al volo il valore politico tanto sul piano della ricerca di nuovi paradigmi quanto nella necessità di rompere la solitudine attraverso la costruzione di reti per la condivisione di esperienze e di pensiero. Parliamo di come Slow Food possa aiutare in questo intento, nell’interrogarsi sui modelli di sviluppo come sulla sostenibilità e dell’impronta ecologica delle nostre comunità. Con Michele si tratta di un primo contatto diretto anche per un suo possibile coinvolgimento nel nuovo Consiglio nazionale dell’associazione fondata da Carlo Petrini che verrà eletto nel congresso ai primi di luglio. Certo è che in questo nostro viaggiare è stato sin qui quasi naturale l’incontro con quanti del “buono, pulito, giusto e sano” hanno fatto la cifra del proprio impegno professionale e di vita.
Tra le caratteristiche culturali di Guardia, in ogni caso, si situa la processione dei ‘penitenti battenti’ in una settimana che si ripete di sette anni in sette anni.
Si tratta di riti di penitenza in onore della Assunta. In questa occasione Guardia Sanframondi e l’intero hinterland raggiungono l’apice della fama, dell’attrattiva rinnovando una tradizione.
Il sindaco ce ne parla, orgogliosamente partecipe di una cerimonia in cui migliaia di persone seguono i battenti, uomini incappucciati che si colpiscono il petto con un tappo irto di punte, facendo correre sangue sul saio bianco.

Nel Fortore dei borghi autentici
Il venerdì 1 giugno lasciamo Guardia diretti nel Fortore.
Il Fortore, un territorio di 517 chilometri quadrati, 27.000 abitanti. È un terzo della provincia di Benevento ed è zona molto marginale.
Il vento della provincia di bene-vento ha chiamato a frotte gli speculatori dell’energia eolica. Appena avremo passato il crinale svoltando nell’altra vallata, vedremo profilarsi in sequenze successive, tante pale eoliche, con grosso un fusto altissimo e lunghe eliche. L’eolico, l’alto Sannio e l’Irpinia. La rapina ‘massificata’.
I paesi della zona sono isole distanti tra loro, poco presidiate da servizi. San Marco dei Cavoti è il più fortunato, perché fino qui arriva la strada ‘fortorina’. Poi le strade diventano quasi tratturi, pieni di buche, sconnessi.

Apice: la città morta.
La meta è Apice, il paese spopolato e deserto, le case abbandonate, le panchine sole lungo il viale. Apice ‘dorme’ un sonno di decenni. Per raggiungerla si attraversa il fiume Tammaro.
Arrivare a Apice antica non è possibile con il mezzo. Dobbiamo farlo a piedi, scavalcando delle barriere collocate a seguito di smottamenti del terreno.
Poi entriamo in un paese con i luoghi abbandonati, pur non essendo del tutto distrutto. La comunità si è dispersa. La popolazione dopo un terremoto è stata indotta ad abbandonare le case per trasferirsi in un nuovo abitato edificato poco distante. È la nuova Apice, mentre quella vecchia è rimasta silente per anni. Recentemente si stanno insediando persone provenienti da Napoli e dintorni che, dopo aver ristrutturato gli edifici acquisiti per poco, hanno avviato una attività di tipo turistico: bar, ristoranti. Si è appena all’inizio, ma pare che il tutto sia destinato a procedere, seppure disincarnato dal contesto precedente.
La domanda, ripetutamente proposta da Francesco: come è possibile che, anziché ristrutturare le case, che non sembrano avere avuto danni irreparabili, sia prevalsa l’idea di lasciare tutto e costruire altrove? Uno sperpero: di denaro e, soprattutto, di senso. Un esempio tra i tanti dell’abbandono, nel suo significato negativo.

San Marco dei Cavoti: c’è un Davide che fronteggia Golia
Quasi ci si perde tra i tanti nomi di Santi dei paesi visitati.
Ora si è a San Marco dei Cavoti, dove al Magazzeo pranziamo avendo la possibilità di parlare con Alessio Cavoto, giovane rientrato da una sua migrazione per tentare di far vivere una locanda di ristorazione con prodotti tipici del luogo, valorizzandone le qualità. Come saluto e incoraggiamento a tornare, potremo assaggiare il croccantino. In queste zone esistono delle aziende familiari dolciarie, con una decina di dipendenti ed altre piccole produzioni casearie. Tutto prodotti di qualità
Con Alessio Cavoto ci sono alcuni giovani ad attenderci: Giovanni Pozzuto (che si definisce la pecora nera della famiglia, perché ribelle indomito), Giuseppe Ricci, Domenico Tomaselli e Eva De Corso.
Un fermo immagine me li riporta alla mente: riccioli neri, sorriso che illumina occhi interessati ed evoca l’eroica determinazione di un Davide contro Golia.
Sono giovani che hanno deciso di non emigrare e che si aggirano tra interrogativi sul futuro, assai simili a quelli che sono alla base dei viaggi nella solitudine della politica. Innanzitutto perché avvertono la solitudine: dei paesi e delle persone sulla loro stessa pelle, e perché cercano di industriarsi per affrontare il futuro rimanendo nelle loro terre, senza doversi prostrare per ottenere quel poco di lavoro che c’è.
A loro si adatta perfettamente la frase che sta incisa sulla copertina del taccuino con cui prendo nota delle impressioni di questa ‘immersione’ nelle terre alte del sud: “The best way to predict the Future is to invent it.”
Giovanni confessa di sentirsi nei panni di Palla di Neve, della Fattoria degli animali e avverte un profondo distacco dalla politica che oggi non riesce a dire nulla, nemmeno balbettii.
-Solitudine della politica? No, è cosa troppo alta. In questa parte di Italia si è solo portatori di voti richiesti da classi dirigenti inadeguate.-
Comunque, non ostante tutto, ci sono persone che si mettono in discussione ed è per questo che esprimono riconoscenza per l’occasione fornita dal nostro viaggio: la possibilità di un confronto.

L’utopia rubata
A loro piace usare l’appellativo ‘compagni’ e non ci sembra il caso di dilungarci in sottigliezze terminologiche per fare risaltare errori e interpretazioni svianti subite dalle parole.
Si possono forse demistificare termini così densi di storia, se non si hanno chiari i percorsi da intraprendere per tentarne un superamento in positivo, per riposizionarli in un universo di senso?
La grande questione delle parole svuotate di significato, piegate a interpretazioni addirittura in contrasto col contenuto originario, affiora di frequente.
Sul pulmino riflettiamo sul fatto che ai giovanissimi è stata rubata perfino l’utopia, che per noi, un tempo, era una certezza.
Soheila ci ricorda che la nostra difficoltà dipende dal fatto che forse non ci poniamo la domanda giusta. Per questo non troviamo le risposte, né noi, né i giovani. Le risposte potranno emergere solo dal percorso, affrontando passo dopo passo, i quesiti che si affacciano.

Verso l’Irpinia d’Oriente
Terra di emigrazione e di solitudini. Di chi resta. Terra invasa da pale eoliche a costeggiare le vallate, in alto formando dei serpentoni interminabili, pur se si verifica una perdita di trasmissione del 10%. A tratti alcune pale sono ferme, chiuse: c’è esubero di energia e vanno fermate. Ma allora, viene da chiedersi: che senso ha deturpare un’intera regione in questa misura?
Ma è assurdo e ingenuo lo sforzo di reperire un senso all’insensatezza.
Dei milioni di rendita annua, ben poco va alla gente del posto. In compenso il presidente della Benevento calcio ne trae profitti grandissimi. E c’è chi acquista terreni in previsione di ulteriori estensioni di installazioni. Se qualche proprietario non concede il permesso, viene ‘assediato’ con pressioni e ricorsi alla magistratura con accuse di mancato rispetto delle pianificazioni, tanto che finisce di venire pure condannato a pagare le spese processuali. Ci sono addirittura dei tour operators che sostengono che l’assenza di pale eoliche danneggi il turismo!
Ecco, dunque, le pale tanto attese da Andrè che è con noi e che segue con sguardo entusiasta il giro delle lunghe braccia, cercando quale sia la maggiore. Gli occhi di un bambino, la consapevolezza dei grandi: Guido considera il Fortore in quanto tale un viaggio nel tempo. Un tempo arretrato, che s’è fermato, ostaggio dei nuovi prepotenti, protagonisti aggressivi, venuti da fuori ad imporre la legge del più forte.

Convivialità nella sera
Ma ben presto si fa sera. È ora di cena con la presenza del sindaco Michele Di Maio, socio di un ristorante che lavora in base ad una cooperativa utile a trattenere la gente sul posto. A tavola sono distante e non seguo lo scambio di parole, ma intrattengo invece conversazione con gli amici conosciuti sul pulmino. Con Mauro e Alessandro è piacevole lo scambio: tra una battuta e un discorso serio, si torna a immedesimarsi nei luoghi. Ritorna, quasi aleggiando, l’ologramma di Annibale, che sembra sedersi a tavola con noi, quasi dovessimo interrogarlo sulle impressioni da lui riportate al tempo suo, per confrontarle con le nostre.
All’altro capo del tavolo Michele, Francesco e Guido conversano con Mario Salzarulo di Lioni, nostro ospite a Cena. Mario parla della resistenza politica fatta dagli anni del terremoto contro una politica servile e incapace di programmare se non per scopi speculativi. Mario è coordinatore del GAL Cilsi e lavora incessantemente su progetti di sviluppo e reti di piccoli produttori che vanno dai grani antichi al latte nobile, una politica del quotidiano, una politica come scelta di vita che parte dalla difesa dell’ambiente e del territorio. Il sindaco racconta del progetto pilota e della contraddizione di voler contenere lo spopolamento senza creare progetti di sviluppo occupazionale ma solo rincorrendo la garanzia dei servizi primari che si traduce in qualche posto letto in più. La sua politica mira a difendere il territorio e racconta di quanto è importante sostenere la militanza politica.
Si rientra alla masseria, disponendoci al riposo.
La stanchezza prende il sopravvento. Siamo stupiti per la bellezza delle stanze in cui passeremo la notte. Andrè si avvia col babbo nella stanza. Prima di salutarlo, gli chiedo se sia possibile un bacio della buonanotte, dato che tende ad essere un po’ ritroso. Ed accetta. Anzi. Dopo che io sono rientrata nella mia stanza, torna a bussare. Apro ed è lui che alza il suo viso verso me, per un altro saluto che sa di voglia di coccole. Tenero. Sul corridoio, a pochi passi, Guido sorride.
Poi è il sonno che scende benevolo. Ma non per tutti. C’è qualcuno che, vista l’ampiezza del paesaggio in cui si trova la masseria, non rinuncia a indagarne il genius loci, nottetempo.
In più occasioni Razi in questi giorni ha provato a farci entrare nella sua riflessione filosofica relativa al senso del nulla, alla ricerca che egli sta conducendo da una vita. Certo, essendo cittadino del nulla, ancora in attesa di cittadinanza italiana, (estenuante attesa) ha titolo per richiamarci a tale pensiero.
A cena ci ha intrattenuti sul buio e sull’importanza del camminare, alla ricerca di ciò che si sta cercando (un giro di parole mio, che mi pare tuttavia esprima il senso profondo di quanto voleva dire).
Ed è così che, per seguire il buio, Soheila e Razi s’alzano per riprendere la notte. La filosofia del buio, della necessità del nulla per scoprire la luce e trovare la via.

Calitri
È già sabato 2 giugno. Dopo un buon riposo – ci voleva dopo le tante strade che non percorre più nessuno, secondo le parole di Guido – ci dirigiamo nel centro di Calitri. Ci sono ancora buche che sembrano fossi, ma badiamo di più alle distese di erbe e di papaveri.
Si va nella sala municipale (la casa Ex-Eca ribattezzata Casa dell’Eco) per incontrare il sindaco e assistere ad un matrimonio. Qui le cerimonie nuziali, da sempre, hanno avuto peso, comportando anche giorni di percorrenza da un paese all’altro per accompagnare la sposa alla nuova casa del marito. Feste e usanze che non sono scomparse.
Guido ci racconta la storia della Calitrana. Della sua famiglia, è l’unica parente di cui non ricordi il nome proprio.
I parenti dello sposo erano partiti da San Salvatore per andare a ritirare la giovane. Che li aveva seguiti ma, pare, senza troppo entusiasmo. Tanto che in famiglia correva voce che, alla morte dello sposo avvenuta pochi anni dopo, la ‘calitrana’ avesse detto. “Morto il serpente, finito anche il veleno”(nella lingua di Calitri, ovviamente!)
Seguita la cerimonia – rituale cui ancora la gente è affezionata, sia se laica, sia se celebrata in chiesa – riprendiamo il pulmino poco prima che gli sposi escano dalla sala, onde evitare i colpi dei mortaletti, dato che ad Andrè non piacciono proprio. Ed è contento di veder sfilare le ultime case e di andare incontro alla città di Aquilonia.

Aquilonia, architettura per la bellezza
I prati sembrano mari mossi di erbe e, all’improvviso, la sterrata sbocca tra villette di fattura recente. Ecco Aquilonia.
L’appuntamento è alla Casa della Cultura realizzata dopo anni di impegno per convincere l’amministrazione dell’importanza di ridare senso agli edifici dismessi, rifinalizzandoli secondo le esigenze sociali emergenti.
In questo caso si trattava di aprire un luogo per incisione di dischi, per realizzazione di concerti. L’appoggio di Vinicio Capossela aveva incoraggiato i giovani e gli architetti interessati alla riattivazione delle aree interne.
Il nuovo edificio presenta un accesso strombato in analogia a quello del palazzo comunale. Si sono recuperati dei ‘segni’ che rimandano alla tradizione rurale. Il legno di rivestimento dà alla struttura l’apparenza di una icona della ruralità
Siamo accolti da Enzo Tenore che, con il fratello Virginio e la moglie Katia, con il loro +tstudio, sono stati gli artefici di un bell’esempio di architettura resiliente, ovvero utilizzata per resistere allo svuotamento dei luoghi rurali, vulnerabili, soggetti a rischi di diversa natura: fisico ambientali, sociali ed economici.
Peccato che con il cambio degli amministratori, le pastoie burocratiche, le ostilità di paese, a distanza di due anni dalla realizzazione, non abbiano ancora permesso una reale fruizione degli spazi.
Ancora una volta un patrimonio – di intelligenza, di denaro – rischia di venire mandato a farsi benedire: dato che il non uso e l’abbandono restituiscono il patrimonio al degrado e alla deriva.

Castelfranci
In una terra dove le coste soleggiate offrono le condizioni adatte per i vigneti, non si poteva ignorare la preziosa esperienza di Felice Perillo che, proseguendo il lavoro di nonni e genitori, ha deciso di portare la produzione del vino a livelli di eccellenza.
Il Taurasi da lui realizzato, secondo i migliori criteri agronomici ed enologici, viene tenuto in cantina dieci anni prima di essere posto sul mercato.
Arriviamo dunque in visita al vigneto Perillo, posto su un pendio ripido e lì, tra le vigne, Felice ci illustra la sua impresa. Non può mancare poi un assaggio, così che ci rimanga in bocca il sapore dell’uva e del sole accompagnandoci nel prosieguo del viaggio.

Cilento e Sapri.
Si parte per affrontare un buon tratto di strada.
La pausa pranzo ci vede presso il Lago di Conza, riserva naturale presidiata da uno sparuto gruppetto di militanti del WWF. L’ombra sopra ai tavoli offre riparo. E il lago attira Andrè, accompagnato da Alessandro sul sentiero che costeggia l’acqua. È lì che avventurosamente lancia ‘le pietre’, ritornando poi a raccontarlo al babbo, pieno di esultanza per i cerchi di acqua smossa creati dai sassi lanciati. Francesco gli regala una piantina di malva ed egli osserva, curioso di ogni stimolo. La conoscenza attira i bambini assai più delle moine.
Ristorati, si riprende il viaggio.
La meta conclusiva della giornata è Sapri. Ci si spinge a sud ovest, riconquistando la costa e il mare. Si si arriva al centro sociale BAM.
Il piccolo Andrè dorme e sembra non volere svegliarsi proprio. La nostra stanchezza si riflette nella sua.
Entriamo nella sede per conversare con Liviano Mariella mentre gustiamo una pasta asciutta preparata per noi.
È anch’egli architetto che, dopo qualche anno trascorso in Spagna, ha deciso di ritornare nella sua terra per attivare progetti di recupero di luoghi, attività tradizionali, patrimoni edificiali affinché non vadano perduti. Ci parla dei crinali che separano Campania e Lucania e prova a rispondere ad una domanda: come mai, Sapri, che sta ‘oltre’ l’Appennino appare comunque una ‘terra dell’osso’, secondo la narrazione di Vinicio Capossela? Le analogie con il resto del territorio, si concentrano nella questione dell’abbandono e dello ancora scarso ‘ritorno’ ai luoghi abbandonati per migrare. Si sente, forte, il problema della inadeguatezza della Regione, che non propone una politica capace di affrontare i nodi antichi. In questa zona del ‘Cilento basso’, a 150 chilometri da Salerno, esistono identità plurime in evoluzione: che vanno accompagnate da politiche illuminate.
Liviano sta seguendo con alcuni amici un progetto di recupero degli Jazzi, (il termine deriva dal verbo latino iaceo), ovvero dei ripari in cui ‘giacevano’ di notte le greggi con i pastori quando i pascoli delle aree interne erano frequentati.
Nelle aree interne del Cilento ci sono vari tentativi di proporre esperienze di ricerca, campeggi/laboratorio, forme innovative rispetto alcuni spazi: dato che si è appreso sulla propria pelle che le grandi città non sono da invidiare per quanto attiene alla qualità del vivere: lì la solitudine diventa pesante e ti sommerge, assai più che in terre di montagna.

Recuperare i luoghi
Recuperare i luoghi: questo è il motivo ricorrente di tutti gli incontri, sia che siano avvenuti nella Casa della cultura, sia in un vigneto, sia in un campo di ceci, sia in un centro sociale.
Condizione preliminare per tutti, comunque, è che sia verificato il ritorno di chi se n’era andato.
Lasciata Sapri, le strade per arrivare al residence per la notte sono tutte curve, in salita, disastrose.
Il giorno dopo ci attendono i panorami lucani, con lunghe teorie di calanchi che rugano le coste delle montagne, sferzati dall’acqua e dal vento. Olivi e calanchi. Prati spesso privi di piantumazioni, dossi cespugliati come fossero teste dalla capigliatura crespa. A tratti compaiono coltivazioni di pesche, su cui s’elevano nuvole vaporose di prodotti per l’irrorazione eccessiva. Panorami di selvaggia bellezza.
Poi si imboccherà la basentana, per tagliare diritti verso Matera incontrando ancora ulivi e aranci.

Craco e poi Matera.
Ed è denso di bellezza amara il castello di Craco ed il paese che ci appare d’un tratto, dopo aver attraversato tratti di paesaggio bruciacchiato qua e là incontrando anche gruppi di casette a schiera, del tutto fuori ambientazione in contesti di montagna: senza senso, se non la supina imitazione di modelli urbanistici venuti da lontano.
L’auto si dirige verso l’antica Torre normanna, quasi di volontà propria, mentre il nostro sguardo si gira sull’altro versante su cui, in cima, si vede Pisticci arroccata tra capannoni e tralicci per contorno.
A Craco, città fantasma, si entra nella scenografia muta di un film di Pasolini.
E muta è l’aria di un villaggio morto, ridotto a palestra da esibire con passeggiate per turisti, vestiti con casco protettivo contro i rischi di caduta sassi. Degrado e miseria sono la cifra del luogo. Sclerotizzato nelle sue rovine.
Mauro e Alessandro accennano alle recenti iniziative della Scuola di formazione Danilo Dolci, dove hanno trattato il tema del ‘Diritto a un reddito di base’ e della ‘Identità genetica. Perché siamo tutti diversi’, mettendo in risalto il nesso tra uguaglianza dei diritti e riconoscimento delle diversità: una specie di sintesi, del tutto pregnante, dei temi che sono emersi in questi giorni.
Ci affrettiamo a rimetterci in strada per Matera, certi di trovare almeno lì un luogo ameno.
Che ameno è, sicuramente, eppure già gravato dal peso del titolo di Capitale europea della cultura, da cui è dipeso l’ambaradan pubblicitario, la rincorsa alle attrazioni promozionali di un turismo che rincorre l’evento, la nomea di un posto, più che la conoscenza della sua storia e delle risorse culturali.
Il circo mediatico rischia di sminuire il fascino di Matera, il genius loci tace, sopraffatto.
Dopo una visita alla città dall’alto e dopo una pausa per rifocillarci, si riparte, diretti a Benevento in cui faremo sosta per ammirare l’arco di Traiano. E sotto l’arco ci sarà qualcuno che si fermerà con il naso all’insù, meditando sull’antica storia e sui fasti del passato.

Il viaggio giunge così al termine. Il pulmino riparte in direzione San Salvatore. Dopo un saluto a Guido con il piccolo Andrè che distribuisce un bacio a ciascuno, si va verso Roma dove Mauro e Alessandro ci salutano augurando a noi buon rientro a Trento.

Micaela Bertoldi
8 giugno 2018

[1]
Estensione della penisola italiana: Distanze. Da Nord a Sud. (M. Bianco- S. Maria di Leuca: 1150 Km) (Vetta d’Italia- Capo isola delle Correnti- Sicilia: 1180 Km). Da Ovest a Est: (Monviso- Tarvisio: 530 Km) (M. Argentario- M. Conero : 240Km) (Golfo di Gaeta- Golfo di Vasto: 126 Km)

[2]
Paolo Rumiz, Annibale, UE Feltrinelli, Milano, 2013

[3]
Donatella Pietrantonio Bella mia Ed. Einaudi Super ET Torino, 2018

[4]
Il Matese è il massiccio principale, zona sismica di massima pericolosità. Nel gennaio 2018 è stata scoperta una sorgente di magma che proviene dai processi di fusione sotterranei e risale fino a 15/25 km sotto la superficie innescando terremoti e fuoriuscita di CO2.

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